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UNIVERSITA’/ Marrelli (Federico II): gli atenei sapranno governarsi fuori da interessi di parte?

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«Mi auguro di sì. È evidente che il sistema di valutazione dev’essere centralizzato: non va molto bene che nel nostro paese la valutazione non avvenga tenendo a distanza di braccio il valutato dal valutatore. Ancora però non basta: per funzionare e indurre a comportamenti virtuosi occorre che un sistema di valutazione sia da tutti condiviso».

 

Cosa pensa della non molto lusinghiera posizione degli atenei italiani nelle classifiche internazionali?

 

«Quello che da noi è più carente e che ci porta in basso a mio modo di vedere non è tanto la produzione scientifica. Le valutazioni computano tre aspetti: la produzione scientifica, l’efficacia della didattica e l’offerta di servizi. La nostra offerta di servizi è molto bassa, per esempio la Federico II non ha alloggi per gli studenti. E poi l’efficacia della didattica: in Campania la Federico II ha più di 90mila iscritti, nelle altre sei università della regione il numero di iscritti non arriva a 10mila. Lì nasce il problema, perché se ho un’aula con 450 studenti, lei capisce che l’efficacia della didattica è fortemente penalizzata. Con gli altri rettori della Campania abbiamo firmato un protocollo d’intesa per realizzare un sistema universitario integrato. Speriamo che il ministro ce lo firmi».

 

Didattica e servizi a parte, le nostre università soffrono di un forte deficit di internazionalizzazione.

 

«Le parlo della realtà che conosco. Nella Federico II abbiamo tre corsi di laurea che si tengono in inglese e sono quelli che attirano i 400 studenti stranieri che sono da noi con il programma Erasmus, ma quando esce su Der Speigel una copertina con gli spaghetti e la pistola sopra, occorre rendersi conto che non è una buona pubblicità. Non parliamo dello spettacolo offerto dalla spazzatura nelle strade. A questo va aggiunto che le facoltà umanistiche non sono comprese nelle banche dati di lingua anglosassone, sulla base delle quali vengono fatte le classifiche. La realtà finale è dunque un po’ distorta».

 

Qual è il suo auspicio?

 

«Che venga fatto un buon uso delle risorse. Per anni in Italia c’è stato un patto implicito tra lo Stato e le pubbliche amministrazioni: ti do poche risorse ma non ti chiedo cosa ne fai. Questo non è più possibile: dobbiamo esigere nella maniera più assoluta che ci si chieda conto di quanto spendiamo, fino all’ultimo euro. Ma una volta che un progetto viene approvato, sia finanziato per intero».

 

 



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