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UNIVERSITA’/ Gentili: un modo per dire no ai baroni a e ai loro "nipotini"

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L’Università di Siena ha gli stessi studenti di quella di Verona, ma il doppio di personale tecnico. E come è noto Siena ha accumulato un buco di ben 150 milioni di euro, non avendo gli atenei l’obbligo di una contabilità economico-patrimoniale. Mentre vigeva il blocco del turn over, l’Università di Messina è riuscita ad aumentare del 290% i suoi professori ordinari negli ultimi 5 anni.

Come ha fatto? Semplice: promuovendo quasi tutti i suoi professori associati a ordinari. E non sono stati i soli.

 

Chi guadagna e chi perde dal cambiamento delle regole? È semplice: perdono le università scorrette e i baroni (in privilegi) e guadagnano i giovani, siano essi studenti, ricercatori o docenti (in diritti e in qualità dell’università). Ma quali sono queste nuove regole che la riforma dell’università contiene e che in larga misura riprendono il meglio delle proposte avanzate negli scorsi anni dalla sinistra?

 

Un nuovo modello di università, aperta al contesto sociale, dove gli studenti valutano i professori, che differenzia la retribuzione sulla base del merito, dove esistono clausole antinepotistiche, che rende più autonomo il ruolo dei Rettori sottraendolo alla mediazione con le corporazioni interne, che distingue chiaramente i compiti scientifici del Senato accademico e i compiti gestionali del Cda - snello ed efficiente - dove siedono autorevoli rappresentanti della società civile, con un sistema di certificazione della qualità dei corsi che garantisce agli studenti il valore reale del titolo di studio.

 

È difficile sostenere che queste novità della riforma “danneggiano” i giovani. L’auspicio è che gli studenti rinuncino al registro conservatore che ha caratterizzato le loro proteste negli ultimi vent’anni. Questa svolta può realizzarsi se si fa largo anche tra gli studenti il senso dell’ingiustizia profonda che tocca loro vivere in un sistema che per premiare i padri ha penalizzato i figli. Con la Riforma si possono liberare le università che lo desiderano da quei lacci e lacciuoli che ne tarpano le ali. Ma far vincere ancora una volta le pulsioni corporative e la paura delle riforme, non sarebbe degno di un Paese che vuole riprendere a crescere.

 

 



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COMMENTI
30/11/2010 - Chiarimento (Carlo Mercuri)

Vorrei risponderle che sono completamente d'accordo con quello che ha scritto, ma l'errore che la maggior parte delle persone sta facendo nei confronti della protesta studentesca in atto è che loro (almeno quelli che protestano per loro iniziativa) sono solamente contro al fatto che alle università private continuano ad essere dati soldi e benefici, a scapito di quella pubblica. Nessuno ha niente contro le riforme "anti-baroni".

 
30/11/2010 - Nessun dubbio? (Guido Merzoni)

Mi piacerebbe poter condividere le certezze di Gentili sulle proprietà taumaturgiche della riforma in fase di approvazione (“perdono le università scorrette e i baroni e guadagnano i giovani”). Ma, pur non condividendo molte delle argomentazioni usate nelle proteste di questi giorni, credo che esprimere certezze sugli esiti favorevoli della riforma sia azzardato. Si tratta di una riforma punitiva dell’autonomia dell’Università e quindi potenzialmente anti-sussidiaria, giacchè il ministero decide quale deve essere l’organizzazione interna degli atenei. Certo, ci sono università che hanno usato male la loro autonomia, ma si poteva cercare di costringere all’esercizio della responsabilità, rafforzando i vincoli di bilancio e senza esautorare. E poi, continuare ad argomentare sulla base di esempi patologici è metodologicamente scorretto e non ha fatto che distruggere nell’opinione pubblica l’immagine dell’università italiana, che ha invece molto di buono. Sui Cda con gli esterni (se poi saranno effettivamente “autorevoli”, chi lo sa?) consiglio di leggere quello che ha scritto Dario Antiseri nel marzo scorso sul Corriere.. In sintesi: chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabilità, mentre gli esterni non subirebbero le conseguenze delle decisioni che prendono. Infine, il “merito” oggi è molto di moda, ma sulla effettiva capacità del sistema di individuarlo senza l’esercizio di discrezionalità dei professori (dei “baroni”?) ho forti dubbi.