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SCUOLA/ Il rebus dell’università: tutti a parlar di vocazione, ma la realtà dov’è finita?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Lo stesso trend viene segnalato per le superiori da una ricerca Cisl sugli iscritti effettivi alle prime classi di questo 2010. Lievitano i licei, soprattutto nella versione light delle scienze umane, continuano a retrocedere tecnici e professionali (anche se la ricerca non include i corsi regionali, che invece sono in ascesa). Domanda: ma perché questi dati vengono dalla Cisl e non dal Ministero?

 

Deviens ce que tu es, “diventa ciò che sei” è stato il logo delle campagne condotte negli ultimi anni nella scuola sul terreno dell’orientamento. Visione alquanto “parmenidea” dello sviluppo degli esseri umani e perciò alquanto statica, ma soprattutto molto poco centrata sull’incontro con la realtà. Quasi che i problemi fondamentali di mancato orientamento fossero quelli del mancato riconoscimento delle forti vocazioni di individui piegati e costretti da imposizioni familiari di tipo utilitaristico: artisti potenziali obbligati a diventare ragionieri... Ma è realistico pensare che l’orientamento sia solo un problema di maieutica? Scoprire dentro di sé la profonda vocazione che, qualora fedelmente seguita, ci renderà felice?

 

In Italia l’orientamento non è sbagliato, anzi è di una precisione prussiana. L’indagine Pisa - in particolare per quanto riguarda i dati delle regioni che sono state analizzate più da vicino, quali la Lombardia - dimostra che c’è una corrispondenza perfetta fra la collocazione economico sociale dei quindicenni per come la si  deduce dalle loro risposte al questionario di accompagnamento, ed il livello delle loro prestazioni. Prima vengono gli studenti con la collocazione più alta, che vanno ai licei e ottengono i migliori risultati, poi quelli degli istituti tecnici, dai risultati e dallo status sociale intermedio, e da ultimi quelli dei professionali, che evidenziano risultati bassi coerenti con il livello socioeconomico basso. Una gerarchia perfetta.

In altri Paesi, come la Svizzera tedesca, in cui le scelte vengono fatte a 11 anni, si trovano delle eccezioni - cioè alti livelli di apprendimento - anche nei corsi in cui il livello generale delle competenze di base è generalmente più basso. In Italia no. Per cui il problema non sembra consistere tanto nell’analizzare ancor meglio le vocazioni personali, ma nell’innalzare il livello di tutti, magari con modalità differenziate.



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