Educazione
lunedì 8 novembre 2010
È già in circolazione da qualche mese L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche di Luca Serianni, un denso volumetto, ma di facile lettura, che l’autore ha concepito durante il lavoro di riforma dei programmi delle superiori. Un libro che può interessare un pubblico assai più ampio di quello che potrebbe sembrare a prima vista. Il sussidiario ne ha parlato in questa lunga intervista con l’autore, accademico della Crusca e docente di storia della lingua italiana nell’Università La Sapienza di Roma.
Professore, fatte salve alcune differenze, i programmi di italiano dei licei dopo la riforma non sono poi così distanti. Questo non penalizza le differenze che, da allievo ad allievo, pre-orientano la scelta della scuola e che la scuola scelta dovrebbe sviluppare?
L’idea di una sostanziale omogeneità del programma d’italiano nasce dalla centralità della disciplina tra le materie umanistiche. La padronanza della lingua deve essere un valore condiviso per tutti gli studenti che completano il ciclo liceale; semmai sarà il percorso storico-letterario che si articolerà in modo un po’ diverso a seconda dei vari licei. Se per Dante e Leopardi vale il principio di una centralità indiscussa quale che sia l’indirizzo, è indubbio che Metastasio avrà un peso particolare nel liceo musicale più che nello scientifico, Leon Battista Alberti nel liceo artistico più che in quello delle scienze sociali e così via. Ma qui più che mai, oltre all’indirizzo della scuola, sarà decisiva l’esperienza e la sensibilità del singolo insegnante.
Secondo lei un insegnante oggi ha a disposizione i margini per sviluppare le doti degli studenti che eccellono in italiano e latino? Oppure occorre rinunciarvi?
Riconoscere e valorizzare le eccellenze è, per l’insegnante, un compito non meno delicato e imperativo che quello di non trascurare gli alunni a vario titolo svantaggiati. Credo che, in particolare per le materie umanistiche, sia utile prevedere nei compiti scritti un esplicito riconoscimento. Nella mia personale pratica didattica ho introdotto da tempo, con successo, i “verdi” (il colore della speranza): accanto ai tradizionali errori, che ogni docente segnala sull’elaborato - sia pure senza distinguere necessariamente tra rosso e blu - si possono valorizzare soluzioni espressive felici e originali o conoscenze e curiosità che vanno oltre il livello medio della classe, tenendone conto naturalmente in sede di valutazione. Ma ci sono diversi altri modi per non mortificare i talenti.
Quali per esempio?
Promuovere le eccellenze “valorizzando soluzioni espressive felici e originali o conoscenze e curiosità” altro non è che un momento di un processo molto più generale. Esso riguarda competenze specifiche il cui autentico significato deriva dal loro inquadramento all’interno delle competenze generali, traguardo che unifica tutti gli insegnamenti. Se le indicazioni nazionali avessero scomposto e raffinato le finalità generali espresse dal profilo educativo dei licei, invece di procedere materia per materia nel rifiuto dei “punti fondamentali e imprescindibili” ivi indicati, la visione d’insieme avrebbe prevalso. L’assenza delle pratiche progettuali (Top-down) rilevabile dall’asserzione: ”La ragione per studiare il latino non può essere strumentale come sarebbe quella di “addestrare la mente al ragionamento .. ma deve essere storico-culturale”, può essere ascritta tra le cause dell’attuale crisi della scuola. Le responsabilità di favorire lo sviluppo della “capacità di produrre un testo originale, di riformulare un testo dato, individuandone le informazioni fondamentali e gli snodi” sono di tutti i docenti che interagiscono con un giovane! Da considerare infine che “la generale disaffezione per il latino” è figlia di POF disorganici, non finalizzati, in cui l’architettura del servizio non si regge su obiettivi ben formulati.
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