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SCUOLA/ Il caso inglese: bene la valutazione, ma attenti alla sindrome "Business school"

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Blair ha quindi investito massicciamente in scuola, costruendone di nuove, creando le “Comprehensive”, le Academies, e subissando tutte le scuole di target e indici di performance, con il duplice obiettivo di aiutare i genitori a scegliere la scuola migliore (o meglio, a scegliere dove traslocare…) e di incentivare scuole e insegnanti a fare meglio. Buona idea? Sì, ma non troppo. La libertà di scelta ovviamente non è tale se un genitore non ha modo di sapere quali sono le scuole migliori, ma questi target “aziendalistici” hanno portato con sé molte criticità.

Prima di tutto una cultura da Business School dentro le mura delle scuole: fin dalle elementari si possono vedere appesi ai muri delle classi gli obiettivi di apprendimento per l’anno, o il trimestre “sapere fare lo spelling di almeno 300 parole”, “sapere fare almeno X cose nella tal materia”, o cose del genere. A metà tra “Mondo Nuovo” di Huxley e Master in Bocconi. Inoltre ha modificato il sistema educativo portando molte scuole a preparare gli allievi “per il test” puro e semplice. Se il test o l’esame finale è l’unico criterio con cui la scuola, gli insegnanti e gli allievi sono giudicati, ovviamente comportamenti opportunistici sono incentivati. Ultimo caso della sclerotizzazione creata da questa furia misuratrice è uno scandalo che ha visto scuole classificare studenti “normali” (mi si perdoni l’espressione) come dislessici, in modo da ottenere i finanziamenti correlati ed espungere questi studenti (probabilmente mediocri) dagli indici di performance della propria scuola.

Queste dinamiche sono molto interessanti se guardiamo ai lodevoli sforzi che il Ministero sta facendo in Italia per valutare (più) oggettivamente le scuole e gli alunni, ad esempio con le prove INVALSI alla fine della scuola media, facendo emergere in modo evidente tutti i problemi di disparità territoriale che conosciamo. Intendiamoci: misurare la qualità delle scuole è utile e necessario, soprattutto data la quantità di risorse pubbliche che la scuola assorbe e l’importanza strategica (e umana) della scuola, tuttavia come in ogni occasione bisogna essere molto attenti alle limitazioni del sistema di valutazione e misurazione.

Da ultimo, ricordiamoci che Blair è sempre un laburista, per cui tutto queste politiche sono state accompagnate da forte incremento della spesa, sia in conto capitale (nuove scuole, nuovi edifici), che in conto corrente. Sono quindi proliferate decine di authority governative con il compiti più vari. Oltre alla sacrosanta Ofsted, che “misura” la qualità delle scuole, ci sono authority che promuovono l’informatizzazione, altre che controllano i curriculum (cioè i programmi), altre che promuovono innovazione nell’insegnamento, la qualità dei pasti scolastici, le scienze… insomma, quando in Gran Bretagna si fa spesa pubblica, lo si fa “creando” nuove entità e non, secondo meccanismi che ci sono più noti, dando soldi a fondo perduto a istituzioni “sprecone” e spendaccione (ogni riferimento alle Regioni “più distanti dall’arco alpino” è voluto).

Dave il sussidiario - In questo contesto si inserisce la quasi-vittoria conservatrice ed il programma di governo della coalizione Liberal-Conservatrice. Le linee “culturali” di questa riforma sono principalmente due: prima di tutto liberalizzare la scuola, ed in secondo luogo liberare gli insegnanti.



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COMMENTI
11/11/2010 - Rispondo (Emanuele Bracco)

Sul primo punto, intendevo che Cameron da' la possibilita' alle scuole di rimanere statali, ma diventare "libere", indipendenti, di fatto di agire con la liberta' di scuole private. In questo modo non dice "da oggi i Provveditorati chiudono'", ma "chi vuole liberarsi dal giogo dei provveditorati e' libero di farlo". Politicamente la trovo una mossa intelligente: l'esito e' lo svuotamento delle sovrastrutture ritenuti inutili/dannose, senza pagare il prezzo politico della abolizione esplicita. Sul secondo punto, la mia provocazione e' proprio questa: misuriamo, controlliamo, ma stiamo attenti che ogni misurazione puo' indurre comportamenti strategici, e modificazioni non virtuose dei comportamenti. L'eccesso di Target (molto statalista) imposto da Blair ha prodotto (anche) qualche mostro. Ora che ci apprestiamo a intraprendere questa strada, impariamo anche i rischi delle misurazioni. Da ultimo: sono un grande fan degli studi "organici e coordinati" all'Italiana (non direi mirati, pero', si studiano un sacco di materie nelle scuole italiane). La mia provocazione, ancora una volta, era di evidenziare come il tutto puo' ridursi a studiare "un sacco di roba" e basta, e anche che esistono altri modelli che non vanno visti come il demonio, anche se sono estranei alla nostra tradizione. [e comunque grazie dei commenti!]

 
09/11/2010 - Andar per farfalle (enrico maranzana)

La “possibilità di fare grandi riforme e aprire spazi di libertà senza smontare direttamente il sistema esistente” è un’affermazione generica, senza significato per la scuola italiana: non tiene in considerazione la quotidianità scolastica (cfr. su questo giornale, 7/3: Voti, valutazione, insufficienze: parole che offuscano il problema educativo). Per quanto riguarda la pericolosità delle Business School: vitale ricordarsi che proprio l’assenza della visione sistemica, della progettualità, del feed-back, fondamenti dell’economia aziendale, sono all’origine dello stallo in cui versa oggi nostra scuola. Cfr. Esiste il modo di valutare in tempo reale il lavoro dei docenti pubblicato qui il 23 ottobre). Ricordo infine che la capacità critica non si promuove “attraverso un ingente studio, a volte acritico delle nozioni”, essa è figlia di insegnamenti mirati, organici, coordinati, problematica assente nello scritto qui pubblicato.