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SCUOLA/ Quei prof (di matematica) che danno risposte senza coltivare le domande

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I recenti dati pubblicati dall’Invalsi, a partire dalla ricorrezione della prova scritta di matematica dell’esame di stato a fine Liceo Scientifico, documentano una situazione di apprendimento della matematica nella nostra scuola che insegnanti, genitori e studenti in fondo ben riconoscono.
Se i risultati sono questi, è molto difficile avanzare una diagnosi che tenga nel debito conto le molte e importanti cause che concorrono a questa deludente realtà, cause disseminate in tutto il percorso scolastico, lungo 13 anni, dei nostri ragazzi. Naturalmente, è anche più azzardato indicare terapie, perché di certo non esistono magiche ricette, ma quello che già da più parti si tenta di fare evidentemente non basta a invertire la tendenza di un fenomeno così complesso, i cui mutamenti potrebbero vedersi solo sul lungo periodo.
Vorrei solo andare con semplicità e una certa audacia a quello che considero il cuore del problema, perché mi pare che da lì possa emergere qualche coordinata significativa per affrontare la situazione critica della matematica nelle nostre scuole.

Esistono fattori diacronici che pervadono la mentalità della scuola, e pur con modalità diverse permangono in tutto l’iter scolastico. Uno di questi è il modo in cui è considerata la matematica. Se è generalmente riconosciuto che essa sia una conoscenza importante, anzi, sempre più importante oggi come oggi, chi riesce a dare vere ragioni di questa opinione? Interroghiamo gli insegnanti, ed è facile riconoscere la mentalità comune, ciò che pensano le persone intorno a noi, sul lavoro, sul tram, ovunque... Non è frequente che qualcuno vada oltre il fatto che essa “serve”, anche se non sempre si è in grado neppure di precisare a che cosa serve; più facilmente si incontra soddisfazione per il fatto che si è riusciti a farne a meno...

Ma basta per capire di che cosa si tratta? Non ho l’ardire di tentare una definizione della matematica, mi limito a descriverla come una “costruzione lenta e progressiva di un pensiero  ricco di significato”, affermazione in cui le parole chiave sono “costruzione”, “pensiero” e “significato”.
Esse caratterizzano la matematica come un’attività (costruzione) - e questo implica la persona e la sua libertà, perciò contraddice la possibilità di un apprendimento passivo -, non caratterizzata però da un generico fare, ma dall’attività più importante che caratterizza l’uomo, il pensiero. Infine, la parola “significato” indica l’orizzonte di questo agire,  che comprende il legame con la realtà e il suo senso.

Considerando poi gli aggettivi “lenta e progressiva”, ci appare chiaro che le radici di tale costruzione preesistono all’apporto, pur decisivo, della scuola, affondano nel contesto di esperienza e cultura in cui ogni bambino è collocato alla nascita o incontra da zero a sei anni - periodo in cui è importante il contributo della scuola dell’infanzia.
 



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COMMENTI
10/12/2010 - Imparare non a dare le soluzioni, ma... (Sergio Palazzi)

Imparare non a dare le soluzioni, ma a capire se c'è un problema. Dovrebbe essere questo il segreto dell'istruzione tecnico-scientifica, che in Italia proprio non piace. Non è solo l'insegnante di matematica a dover spiegare che, nell'im-parare, il singolo risultato è meno importante del percorso che si è fatto per raggiungerlo: un po' come in ogni vero viaggio. La chimica, come la intendiamo oggi, si stacca dall'alchimia e dai suoi schemi sia empirici sia esoterici nel momento in cui acquista una dimensione quantitativa, costruisce e sviluppa modelli. Modelli sostanzialmente logico-matematici. Che spesso val la pena di guardare anche solo perchè son belli; perchè è strabiliante il gioco di logica e fantasia da cui nascono. Poi, oh rabbia, tante volte pure funzionano: "servono" a qualcosa. Come per i modelli intrinsecamente astratti della matematica, che però servono a lanciare i missili, prevedere il tempo o l'usura dei materiali. Non credo sia un caso se quel tipo di scuola oggi dominante, quello che inizia per L, tanto più si autoincensa come unico dispensatore di cultura tanto meno intende risvegliare le fantasie creative, concrete, non omologate. Anzi, forse nemmeno si pone il problema di dare all'insegnamento quel "senso" che può venire dal confronto con la realtà e con le operazioni di as-trazione che ci permettono di interpretarla cercandone le essenze. Ma di non sapere la matematica, e di detestare la chimica, è normale che ci si vanti con sussiego: vero, contessa?