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SCUOLA/ Chi salverà prof, studenti e famiglie dall’"inverno artico"?

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La scuola è valida se dà senso, se offre criteri per interpretare l’esistenza, se mette in contatto con la cultura di cui si sostanzia; come spesso risulta dalle pratiche esistenti in altre nazioni, deve essere più vicina alle esigenze delle comunità cui appartiene. Lentamente, in altri paesi si fa strada l’idea che senza il rapporto vitale di una comunità educante, costituita dal basso, l’ordine fisso di organizzazione scolastica si riduca a un “inverno artico”, adeguato habitat per fenomeni di disimpegno e di degrado.

Anche la società civile viene chiamata a contribuire a innalzare gli standard e a sviluppare l’ethos. L’“ethos”, nell’esperienza scolastica anglosassone e scandinava, acquista importanza strategica perché si riferisce a come l’istituto s’interfacci con la comunità che serve. Così, la scuola dà senso all’insieme degli apprendimenti, organizzati attorno a un progetto culturale, professionale, spirituale, ideale che sia leva per motivare il ragazzo a costruire le basi del suo rapporto con se stesso e con gli altri; prepara, infine, i giovani, all’interno di un contesto coerente, ad assolvere i propri compiti futuri, nella vita come nella professione. Si capisce, qui, quanto perda di significato la distinzione tra statale e non, relegando il pericolo principale - la mancanza di senso - ad argomento secondario e pleonastico.

Avvicinando l’istruzione alla comunità educante, il modello di engaged institution, produttore, secondo Akerlof, di “categorie sociali scolastiche”, aumenterebbe il “capitale sociale” della comunità alla quale la scuola appartiene e contribuirebbe ad arginare atteggiamenti antisociali all’interno della stessa scuola. La qualità della scuola e i risultati degli studenti dipenderebbero, dunque, da quanto i giovani alunni diano valore e aderiscano alle sue finalità peculiari. Come già rilevato in Francia dalla Commissione Pochard sull’evoluzione del mestiere dell’insegnante, si nota sempre più frequentemente la presenza di un “effetto scuola”, almeno altrettanto determinante per la riuscita degli allievi quanto l’“effetto insegnante” e l’“effetto classe”.

 

 

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