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SCUOLA/ Chi difenderà un bambino da un adulto scettico?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Forse la nostra intelligenza ha uno spettro conoscitivo più ampio che il solo “pensare” e “ricercare” - flessioni, peraltro, nobilissime della ragione. Senza esser filosofo, ci è andato più vicino Alessandro Manzoni, in quell’inciso de I promessi sposi che vale un trattato di gnoseologia e di logica: “osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. Ecco una bella criteriologia  per l’esercizio razionale di cui l’uomo ha bisogno fin dalla più tenera età (perché è vero: il peso del conformismo, delle convenzioni e del pregiudizio si fa sentire già da piccoli) e per un programma di educazione intellettuale equilibrato, che non corra il rischio di enfatizzare il ruolo del ragionamento o della dialettica, a scapito dell’importanza insostituibile da una parte dell’attenzione, dell’osservazione e dell’esplorazione del reale, dall’altra dell’ascolto delle civiltà e delle culture del passato, che ci parlano attraverso la tradizione. Rischio d’enfatizzazione, sia detto per inciso, tanto più deleterio e stravolgente nell’infanzia, se è vero, come hanno mostrato Piaget e Bruner, che, per svilupparsi, l’intelligenza ha bisogno del racconto, della rappresentazione e dell’azione, prima che del concetto logico-formale.

Il secondo spunto di ponderazione critica nasce dalla considerazione che, per quanto formalmente simili, la domanda del “perché” e il “pensare attraverso le parole” (cioè, secondo l’etimo, il “dialogare”) possono assumere forme e direzioni diverse sulla bocca e nella mente di un bambino e di un adulto, e condurre la loro conversazione a esiti anche molto differenti.

Nel bambino il domandare nasce di solito come mossa di ricerca di una spiegazione, davanti a cose o avvenimenti per lui ancora parzialmente “ignoti”: cioè senza causa evidente, né manifesta. Senza la comunicazione e il racconto, da parte dell’adulto, di un’evidenza mediata, “ragionata”, realmente percepita come ipotesi di spiegazione adeguata, il bambino continuerà inesorabilmente a chiedere. In lui il domandare - certo, con tutto il “realismo ingenuo” del caso; ma comunque “dall’interno” di un rapporto di fiducia verso l’adulto (al quale altrimenti non si rivolgerebbe) e con un’esigenza, un’istanza di verità che non ammette tradimento (chi abbia anche solo una volta deluso un bambino lo sa bene) - esprime la tensione al vero, propria e costitutiva della ragione comune a entrambi.

Come tale, perciò, dal punto di vista pedagogico, ogni domanda del bambino è una grazia per l’avvio del processo conoscitivo e del rapporto educativo. Come primissima “mossa” pedagogica, essa richiede che l’adulto prenda sul serio la provocazione di ricerca, espressa “dalla” e “nella” domanda: raccogliendo umilmente l’anticipo di verità, che urge in essa come indicazione di percorso (cioè della direzione in cui l’intelligenza è provocata a muoversi), e valorizzando ogni altro segno proveniente dal contesto in cui la domanda si è accesa, o dalla realtà che l’ha suscitata.

Proprio qui si apre la questione più delicata - che, ovviamente, vale non solo per la “filosofia per bambini”, ma anche per qualsiasi altro insegnamento o pratica formativa; e anche, a pensarci bene, per ogni papà e mamma. Proprio perché sviluppato cognitivamente (cioè attrezzato di competenze anche riflessive, critiche e metodologiche) ed eticamente (perciò maggiormente dotato di potere e di progettualità), l’adulto può sì raccogliere la sfida della domanda del bambino, e accompagnarlo nella ricerca della verità. Allora anch’egli diventerà “filosofo”, quand’anche non insegni filosofia, ma italiano, aritmetica, musica, storia (e così via), oppure svolga una qualsiasi altra (anche umile) occupazione.



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