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SCUOLA/ Chi difenderà un bambino da un adulto scettico?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Ma le cose possono andare diversamente. Il nostro adulto potrebbe eludere, in un modo o nell’altro, la domanda del bambino. Potrebbe darle una risposta di pura convenienza. Potrebbe anche cercare di disinnescare il suo potenziale veritativo, cercando di farla apparire come qualcosa di “relativo” (all’epoca storica, al contesto culturale, al ceto sociale, e ad altro ancora) o di “funzionale” (alla realizzazione dell’interesse individuale o collettivo, al progresso della società, all’affermazione di un’idea politica, alla crescita del “sapere critico”, e così via).

Ora, quando si rapporta ai propri genitori e, dentro e fuori la scuola, agli adulti (insegnanti e non), un preadolescente o un adolescente può contare sulla consapevolezza di sé e del vero, man mano maturata in lui, per riconoscere in questo o in quell’adulto un “interlocutore credibile” per la propria educazione, e stabilire così liberamente, su questa base, i necessari legami e le opportune difese. Certo, egli sarà tanto più fortunato, quanti più “Socrate” incontrerà (mi sembra però che figure di questa levatura intellettuale e morale siano oggi abbastanza rare, un po’ in tutti i campi...). Ma se si tratta di un bambino della scuola dell’infanzia o primaria?

Come fa ad esercitare la libertà della ricerca intellettuale e dell’esercizio della discepolanza, se le domande da porsi, i concetti da analizzare e da discutere, i metodi di pensiero li hanno predisposti e congegnati altri per lui? Se il suo rapporto con la realtà viene “filtrato a priori” da uno schema adulto (magari molto selettivo o decisamente orientato), senza che egli abbia la possibilità di vagliarlo criticamente? Per l’evidente asimmetria, il bambino non può competere alla pari con l’insegnante che conduce il gioco; né ha la possibilità di liberarsene, nel momento in cui avesse il sentore che, nella sua ricerca della verità, questi non è stato leale fino in fondo con l’esigenza di significato, ma si è fermato un po’ prima - presso le colonne d’Ercole dello scetticismo, del relativismo, del “politicamente corretto”.

Se non si prende veramente sul serio e fino in fondo il motto che contrassegnò la fondazione dell’Istituto J. J. Rousseau a Ginevra, nel 1912 (Discat a puero magister: il maestro impari dal fanciullo), in ogni forma d’insegnamento e di educazione si correrà sempre, anche con le migliori, o “più filosofiche” buone intenzioni, il rischio dell’autoritarismo (anche nella forma più blanda e larvata del paternalismo illuminato). A meno di non prendere altrettanto sul serio (e contro la sua stessa opzione immanentista) l’acuta intuizione che fece dire a Dewey, in Democrazia ed educazione, che “ogni ricerca è nativa, originaria, per colui che la effettua, anche se il resto del mondo è già sicuro di quello che egli sta ancora cercando”. Cioè, anche se la generazione adulta fosse talmente sicura di sé, da dimenticare, o da aver dimenticato, che “tutti i grandi sono stati bambini una volta”, e che “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.
 



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