BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Un preside: cari colleghi, la vocazione degli studenti non abita nella nostra testa

Pubblicazione:

classe_lezione_profR400.jpg

Il secondo episodio è molto recente. L’altro giorno, mentre mi avviavo di buon mattino a rispondere alla posta e ad impostare le varie attività della giornata, un collaboratore scolastico (il bidello dei nostri tempi, per chi non si è ancora abituato alle riforme epocali) mi avverte che una mamma, senza appuntamento, chiede di potermi parlare. Accetto e vengo a sapere che la signora, in chiaro stato ansioso, non riusciva a convincere la figlia quasi diciottenne ad entrare a scuola. La studentessa era barricata in macchina e il suo disagio non le permetteva neppure di uscire dal mezzo. Domanda: come si deve porre la scuola in questi casi? Cosa vuol dire eccellenza per lei?

Questo episodio e mille altri, di sofferenze, di disabilità di emarginazione e di disagi variamente assortiti, scardinano ogni programma, ogni metodologia prestabilita, ogni regolamento e ti provocano nel tuo profondo e nel tuo modo di fare scuola. Ti costringono a fermarti, a buttare all’aria i tuoi bei programmi della giornata e ad occuparti totalmente di lei. La realtà di quel momento la devi affrontare mettendo in campo tutta la competenza, l’esperienza e la sensibilità necessarie. La studentessa deve almeno intuire che, in questo momento di difficoltà, tu e la scuola siete accanto a lei, pronti ad ascoltarla e a sostenerla. Il programma e gli obiettivi disciplinari sono ora meno importanti. Solo quando avrà recuperato la serenità necessaria e avrà scoperto che la scuola è sinceramente interessata a lei e non al fantomatico programma, potrà correre nuovamente verso la sua piena realizzazione come persona e studentessa. A quel punto e solo a quel punto, si potrà parlare di eccellenza, la sua.
 



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
17/12/2010 - e le "vocazioni chimiche" d'eccellenza? (Michele Borrielli)

Trovo molto significativa la parte dell'articolo che racconta: "aveva scoperto la bellezza ed il fascino della fisica con la profe dell’ultimo anno. L’incontro con lei e il suo insegnamento competente, appassionato, autorevole e contagioso era stato capace di far emergere un interesse e un piacere che fino a quel momento era stato solo latente. Neppure lui sapeva di avere una simile passione. L’insegnante era riuscita a renderlo cosciente di questa sua parte nascosta". A questo punto una domanda sorge spontanea. Visto che nei VECCHI licei classici, ma anche scientifici e probabilmente anche nei NUOVI LICEI, ad insegnare la chimica nella quasi totalità dei casi non è/sarà il docente laureato in discipline chimiche (attuale classe A013-futura A34), ma un docente laureato in scienze naturali o biologiche (classe A060-futura A-50), sarà facile valorizzare eventuali "vocazioni chimiche" d'eccellenza, di cui un Paese scientificamente avanzato ha estremo bisogno? Vorrei integrare il mio precedente commento con la parte seguente, che lo rende meglio comprensibile (che di esso faceva parte e probabilmente “saltata” per problemi di formattazione): Le competenze scientifiche e tecnologiche del docente chimico della classe A013-futura A-34, per ora FUORI dai licei, unitamente alla conoscenza non superficiale della chimica da lui trasmessa, potrebbero meglio aiutare i futuri liceali in una scelta del corso di studi universitario scientifico o tecnologico più rispondente alle loro inclinazioni ed alle necessità del Paese. Il Consiglio Nazionale dei Chimici in http://www.chimici.it/cnc/fileadmin/novita/prot_500_10_Ministro_Gelmini.pdf.pdf fa delle proposte interessanti

 
16/12/2010 - piccolo pensiero (Gianmario Gatti)

Grazie, e sono d'accordo. Mi permetto di aggiungere solo un piccolo pensiero. Guardando le immagini della guerriglia di Roma, ho rivisto il cartello "La noia Sartre" come nel '68. Allora quel pensiero signifivicava abbattere il passato. Ma oggi è un pensiero esistenziale che si legge sulla faccia dei ragazzi. Così, allora, anche l'ora di lezione diventa il campo di battaglia determinante per sconfiggere certi, tanti, maestri irresponsabili.

 
16/12/2010 - Presenza, solo presenza (Angelo Lucio Rossi)

Caro collega, finalmente proviamo ad uscire dal "vuoto" delle analisi. Dici bene: "Dobbiamo lasciare il comodo salotto dei pensieri, della riflessione pedagogica, del confronto tra scuole filosofiche, del "si dovrebbe" per uscire allo scoperto e giocarci la nostra credibilità di presidi, insegnanti ed educatori raccontando quello che cerchiamo di fare". Finalmente, esiste un luogo dove poter raccontare fatti, tentativi, proposte in atto per migliorare la nostra scuola. L'eccellenza non può non essere legata a tentativi in atto vissuti nelle nostre scuole. In questi giorni ho vissuto con la mia scuola due giornate dedicate alla Bellezza (13-14 dicembre) che ha favorito il radicarsi nelle classi di esperienze di laboratorio insieme a personalità del mondo della cultura. L'incontro con diversi scrittori ci ha ricordato l'esigenza di rimarcare l'importanza della trasversalità della lingua italiana e quindi della possibilità di rendere stabile dei laboratori linguistici con il contributo di personalità esterne. Il tentativo di vivere un rapporto stabile con le case editrici, con l'università,con le associazioni professionali, con i poeti, con gli scrittori rende più affascinante l'impresa di rispondere all'emergenza educativa. La scuola sta sostenendo la nascita e lo sviluppo di blog e di collane editoriali riservate ai ragazzi. Dobbiamo insistere sulla presenza di adulti che portano dentro di sé un'ipotesi di significato che trascini, per mettere in moto l'io. Presenza, non analisi sul buio.

 
16/12/2010 - E' vero (romano calvo)

Il mondo esterno entra nella scuola mediante la comunità degli adulti che la abita non solo professionalmente. La scuola non esiste senza un progetto educativo e non esiste progetto educativo senza un’idea di società migliore in cui vivere. Questi adulti vivono (e costituiscono) la comunità educativa: sono loro per primi a sviluppare un compito di ricerca-soluzione di problemi pratici, problemi che riguardano in primo luogo la società esterna. Questi adulti insegnano in primo luogo realizzando il proprio “compito” e la prima attenzione verso i docenti dovrebbe andare alle condizioni che consentono loro di sviluppare quel compito partecipando a quella comunità. Tale condizione non è compatibile con lo statuto di lavoratore-salariato-a-tempo-pieno. Al docente non è richiesto di essere santo, ma di essere adulto-cittadino-competente sia nella propria professione e sia nella professione di docente. La società esterna beneficia dei risultati e partecipa ai costi della Scuola. I genitori sono chiamati – se non a farvi parte – perlomeno a condividere il progetto educativo di quella comunità, assumendosene i rischi, partecipandone ai costi e condividendone i risultati. Le organizzazioni sociali e le imprese, poiché traggono profitto dalle competenze sviluppate dalle nuove generazioni, trovano nella scuola l’ambiente in cui è possibile sperimentare soluzioni ai loro problemi. Tutto ciò è incompatibile con il modello burocratico-impiegatizio della scuola attuale. romano.calvo@libero.it

 
16/12/2010 - Che commozione! (Gianni MEREGHETTI)

Carissimo preside, che commozione mi ha preso nel leggere la sua lettera, che forza umana nelle sue parole, quella che cerco ogni mattina entrando in classe e che non viene da me, ma dal cuore, quando vibra in qualcuno, in uno studente, in un docente, in un bidello! Ho trovato le sue parole corrispondenti a quello che io desidero, a quella centralità dell'umano che io ogni mattina mendico, a quel bisogno di simpatia che sgorga ogni giorno dai banchi di scuola. Lei, carissimo preside, mi ha portato oggi una speranza, che quel desiderio di verità, di bellezza, di bontà per il quale ogni mattina entro in classe sia un desiderio condiviso, il desiderio per cui insegnare diventa ogni volta più affascinante. Le voglio raccontare anch'io una piccola esperienza: nella terza in cui insegno ogni settimana al giovedì viene un ragazzo colpito dalla sindrome di Hallervorden-Spatz. Ogni giovedì la sua presenza nell'ora di filosofia ci chiama a guardare più profondamente alla nostra umanità, a quel che siamo e quell'ora scorre con un'intensità che mi commuove. Basta la sua presenza, il suo sguardo così intenso! Sì basta la sua presenza, lui non riesce a parlare per la grave malattia da cui è affetto, ma che lui ci sia cambia me e i miei studenti, che lui ci sia ci rende più appassionati a quello che facciamo insieme nell'ora di lezione. E' un piccolo esempio per dirle che quando l'umano entra dentro una classe tutto diventa nuovo! Grazie