Educazione
venerdì 17 dicembre 2010
Nelle nuove Indicazioni per i licei c’è un passaggio in un certo senso “epocale”, là dove si dice che “il gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative e sugli aspetti metodologici, la cui acquisizione avverrà progressivamente lungo l’intero quinquennio”. Nel curricolo di italiano al biennio, spesso, in nome di una astratta “propedeuticità” al triennio, l’apparato analitico diventa spesso più importante dei testi stessi, e lo studente perde del tutto la gioia di leggere. I docenti divengono così vittime di “schemi” e “griglie di lettura”, specialmente in narrativa: perché mai leggere i Promessi Sposi, se vi si trova lo stesso schema protagonista-antagonista-coadiuvante di una fiaba della tradizione russa? E perché mai leggere due romanzi se il secondo è una variante del primo? Interviene Andrea Mirabile, Assistant Professor di italiano alla Vaderbilt University nel Tennessee (Usa) e autore de Le strutture e la storia: La critica italiana dallo strutturalismo alla semiotica.
Professore, le antologie per il biennio delle superiori (ma oramai anche quelle per la scuola media) sono impostate tutte secondo lo schema della narratologia: fabula e intreccio, tipologie di personaggi (protagonista/antagonista ecc.), analessi, prolessi, ellissi; focalizzazione interna e esterna… Si tratta di una classificazione scientificamente necessaria e pertanto irrinunciabile oppure di un’impostazione storicamente superata?
Naturalmente tale classificazione non è, e non può essere, “scientificamente provata” (cosa potrebbe ricadere sotto questa definizione, quando si tratta di letteratura?). Mi sembra tuttavia che fino ad ora non siano emerse valide proposte alternative. Nonostante i limiti della narratologia, credo che essa continui a rappresentare una valida introduzione a letture meno impressionistiche dei testi. Trovo piuttosto preoccupante la tendenza, certo non generale, ma abbastanza diffusa, a semplificare fino alla caricatura l’approccio narratologico. Si dovrebbero privilegiare gli elementi davvero fondamentali, quale ad esempio il problema del punto di vista - magari con esempi anche dal cinema - ed evitare griglie fin troppo generose, abbondanti, ma in ultima analisi superficiali.
Quello che più disturba è quando i testi vengono presentati come “esempio” di un aspetto della teoria, cioè si usa il testo per dimostrare un particolare e non viceversa, cioè la teoria per cogliere a pieno l’interezza del testo. Si tratta di un metodo adeguato?
Come sono d'accordo! Bisognerebbe metterla a carattere cubitali dentro ogni classe questa sfida al piacere della lettura, è l'urgenza che si sente nell'aria dentro ogni scuola, quella di mettere da parte le varie griglie interpretative per tornare alla semplicità della lettura e dello sguardo. Vale per l'insegnamento dell'italiano e delle letterature questo principio, ma ancor di più per tante altre discipline dove si è sostituito alla realtà quello che si pensa. Invece c'è da tornare e presto al rapporto diretto con la realtà, questo è la scuola, il luogo che sfida ogni studente a mettersi davanti al reale e a scandagliarlo tutto. Forse è la fine di quella tragica mentalità che ha sostituito le cose con le nostre idee sulle cose, torniamo finalmente a leggere, a guardare, a toccare il reale per quello che è. Così andare a scuola diventa appassionante, il fascino di un'avventura!
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