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SCUOLA/ I nostri ragazzi sono più vittime della realtà o del mondo virtuale?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

A seguito di questa immediatezza, divenuta forma del rapporto, apparentemente niente dura, niente soddisfa. Possiamo dire che è proprio la perdita dell’esperienza della soddisfazione, anzi della sua stessa pensabilità, che spinge verso il bisogno di pura accelerazione, come i video e i film dedicati ai ragazzi bene documentano. Un’accelerazione che brucia il tempo, fatto ormai di attimi istantanei non più in nesso con ciò che li precede e li segue. Non più storia, ma sequenza di coriandoli temporali in una difficile frammentazione esistenziale. Ne fa poi da contraltare il paradosso del tenersi occupati in attività ripetitive e fisse per scacciare la noia del non-tempo, quali appunto i videogiochi sempre uguali a loro stessi, nonostante l’incremento di difficoltà dei diversi livelli e l’apparente velocità e finezza di esecuzione e movimento richiesta.

L’istante pertanto se da una parte viene mitizzato, dall’altra non viene mai vissuto; resta piuttosto frammentato, parcellizzato, perché escluso da un continuum di rapporto. Viene meno quindi la possibilità di esperienza tout court.

Ma cosa angoscia davvero i ragazzi, tanto da consegnarli poi tra le braccia di un mondo irreale?
E’ non avere più il loro pensiero come risorsa-guida nella realtà, non sperimentarlo più come una potente bussola per non perdersi e smarrirsi. Quel pensiero orientato alla riuscita che permette di trafficare con gli altri di carne, fare affari con loro, trasformare col lavoro comune la materia in qualcosa di più che non esisteva prima. Solo tornare a sperimentare i rapporti come benefici li invoglierà a permanere nella realtà, a trovare soluzioni, a elaborare compromessi vantaggiosi.

Il primato verrà allora sottratto alla pura vista per essere restituito al pensiero, capace di comporre tutti i sensi e orientare il moto del soggetto verso l’altro di carne finalmente tornato collaborante per il raggiungimento di una meta personale, ma non per questo non condivisibile. Agli adulti è chiesto questo: difendere il pensiero dei ragazzi dentro la certezza che proprio ciò che appare meno concreto e più immateriale è invece il fattore determinante per il permanere con successo nella realtà. Ma dobbiamo farne esperienza in primis noi.



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