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UNIVERSITA’/ Mazzarella (Pd): ecco perché la riforma dice addio all’autonomia

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Tremonti e Bossi si consultano (Ansa)  Tremonti e Bossi si consultano (Ansa)

 

«Capisco che data la situazione economica il governo non possa farsi carico dell’ansia e di precarietà che attanaglia tutti i giovani italiani, ma almeno facciamo come hanno fatto altri in Europa: facciamo di tutto perché i giovani dai quali dipendono le sorti del paese non debbano sottostare a quella precarietà».  

 

Come valuta l’azione di Fli nei confronti del governo?

 

«Ha portato probabilmente meno vantaggi di quanti si riprometteva, ma senza l’azione dei finiani non avremmo visto interventi migliorativi. Se la riforma fosse rimasta quella che ci è stata consegnata al Senato, sarebbe stata irricevibile. Mi auguro che qualsiasi governo ci sarà dopo il 14 dicembre, si decida a tirar fuori i soldi da investire in un asset strategico per il paese».

 

C’è chi accusa la riforma di centralismo a scapito di una vera autonomia degli atenei. Che ne pensa?

 

«È uno dei vulnus di questa riforma, cominciata con quattro parole d’ordine che avevamo tutti condiviso: autonomia, merito, responsabilità, valutazione. L’autonomia è finita sotto il tritacarne di circa 170 norme che chiedono 500 linee di attuazione e mille regolamenti. Poi non si può non menzionare l’“autonomia” - si fa per dire - rappresentata dalla clausola di salvaguardia, fortunatamente bocciata in aula. Il ddl inaugura un’autonomia sotto tutela per tutti gli atenei, però con una deroga per quelli che contratteranno col ministero un percorso di merito virtuoso, premessa per sottrarsi alle disposizioni di gestione che valgono per tutti quanti gli altri organi accademici. Questa deroga rappresenta chiaramente un cavallo di Troia per spingere in direzione di un gruppetto di atenei di serie A, dotati di autonomia reale, lasciando indietro gli altri, in regime di autonomia sorvegliata e per giunta senza fondi».

 

Fatta la legge si tratterà di dare attuazione alla riforma. Quali sono per lei le cose da fare subito?

 

«I regolamenti per attuare la nuova concorsualità e per sbloccare il diritto allo studio, che appare fatto di briciole. Occorre muoversi subito, per evitare una vacatio concorsuale che potrebbe durare tra i 5 e i 7 anni. Ma soprattutto, occorre uno sforzo condiviso nel paese per credere nell’università. Tradotto, vuol dire che non possiamo continuare ad investire lo 0,8 per cento del Pil mentre l’Europa lo fa con l’1,3 per cento».

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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