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SCUOLA/ Riforma Gelmini, tempo di bilanci?

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Giulio Tremonti e Mariastella Gelmini (Ansa)  Giulio Tremonti e Mariastella Gelmini (Ansa)

È risorsa ciò che genera cultura; non lo è necessariamente un investimento che non genera capacità di dare senso a ciò che accade nella vita e nella realtà. Le attuali contingenze politiche ed economiche non consentono di immaginare scenari in cui alla scuola si possano trasferire più risorse di quelle che sono consentite da una stagione di risparmi che investe ogni settore della vita produttiva del Paese. Nessuno vieta di pensare, tuttavia, che sia attuabile una strategia che mira a migliorare la qualità dei piani di studio proposti dalle scuole al territorio e, nelle scuole, dai singoli insegnanti, distribuendo e organizzando nel migliore dei modi la quantità dei mezzi di cui si dispone.


Da anni, e da più parti, si è teorizzato che l’essenzialità dei percorsi scolastici, ridisegnati in chiave europea sia per quanto riguarda i quadri orari, sia gli anni di studio possa essere compatibile con l’innalzamento della qualità dell’istruzione (Berlinguer volle provarci riducendo di un anno il ciclo primario: e gli andò male; ai tempi della Moratti l’ipotesi di licei di soli quattro anni fu ben presto ritirata).


Il presupposto che rende l’eventuale dimagrimento accettabile è che sia connesso a misure di rafforzamento dell’autonomia scolastica e di sostegno della professione docente in termini di sviluppo di una carriera del docente, sottratto al ruolo impiegatizio cui è, nei fatti, relegato. L’attuale riassetto del sistema scuola cui ha messo mano il ministro Gelmini ha snellito la macchina, senza che fosse del tutto chiaro il rapporto con le opportunità che esso consentiva.

 

Nell’opinione pubblica e tra gli operatori dell’ambito scolastico ha dominato l’impressione (per alcuni la certezza) che la razionalizzazione sia succube delle ragioni economiche più che di quelle pedagogiche e didattiche. Il cortocircuito tra revisione dell’organizzazione scolastica e tagli del personale e del tempo scuola è l’espressione di una temperatura interna con cui sono avvertiti i provvedimenti di questo governo. Il collegamento, a ragione veduta, non ha molti fondamenti, ma è sufficiente ad avvelenare il clima interno ai collegi docenti.


Per fare alcuni esempi, il ritorno al maestro prevalente nella scuola primaria (invocato dopo la constatazione della inefficacia didattica della pluralità dei docenti per classe) ha permesso di liberare disponibilità che hanno garantito l’attivazione di nuove classi a tempo pieno sul territorio nazionale (782 nell’a.s. 2010-11). Eppure l’impostazione plurima di orari settimanali a 27, 30, 40 ore ha causato spesso il blocco della programmazione nei circoli didattici non abituati a fare i conti con flessibilità e spezzoni di orario.

 



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