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SCUOLA/ 953, il numero magico che il "merito" della Gelmini non conosce

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Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Ansa)  Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Ansa)

Le motivazioni del rifiuto sono molteplici; sono riassunte nei comunicati sindacali sopra citati. Alcuni Collegi dei docenti esprimono un rifiuto totale della valutazione individuale, poiché alimenterebbe l’individualismo e il conflitto all’interno della comunità educante e dei team di lavoro. Altri sottolineano la beffa di un Progetto che dà qualche soldo in più, mentre l’intero comparto soffre di tagli molto estesi e, in particolare, mentre si sospendono gli scatti di anzianità fino al 2013. Altri ancora contestano la composizione della Commissione per la valutazione degli insegnanti; in particolare, il ruolo dei due docenti nella stessa. Altri respingono frontalmente l’idea stessa della valutazione. Il no è politico e simbolico al tempo stesso. Si tratta di una regressione. Permanente?

 

Il rischio evidente è che il Progetto affondi nelle sabbie mobili dell’inconcludenza. Occorre pertanto riconsiderarne radicalmente l’assetto. Perché sperimentare necesse est! Pesano almeno due questioni: quella del contesto politico e quella, decisiva, dei contenuti e degli sbocchi della sperimentazione. Non v’è dubbio che il contesto politico-sociale-finanziario non aiuta. Non quello politico: l’abbandono alla fonda del progetto di legge n. 953 (cd. Aprea) da parte del governo, arrivato in porto dopo navigazione tempestosa, ha mandato un segnale di scarsa volontà politica a quanti, viceversa, aspettavano da decenni una carriera e un nuovo stato giuridico. Sarebbe stato molto più forte il messaggio e più solido istituzionalmente un Progetto di sperimentazione che, avendo alle spalle l’approvazione del pdl 953, si proponesse appunto di aprire delle piste nella direzione già decisa dal Parlamento. Molto più debole sarebbe stata l’opposizione eventuale dei sindacati e più isolata l’opposizione delle frange più ideologizzate.

 

Ma qui alle debolezze “esterne”, dovute al quadro politico, si aggiungono quelle “interne” del Progetto. Che l’eventuale allungamento dei tempi e l’estensione del territorio della sperimentazione non cancellano. Il Progetto è arretrato e timido non solo rispetto a qualsiasi pratica europea, ma anche rispetto alle intenzioni del pdl 953. I due insegnanti nella Commissione così come i vari esperti (di che?!) non hanno né ruolo né senso. Non siamo per nulla distanti dal Comitato per la valutazione del servizio degli insegnanti, presieduto dal Direttore didattico o dal Preside, previsto dal Decreto Delegato n. 477 del 1974, a parte gli esperti, e mai attuato.



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COMMENTI
03/01/2011 - Una breve replica (Franco Labella)

E' semplice ribattere,come fa Cominelli, di discutere sul merito. Egli gioca in casa e ha, perciò, dalla sua il fattore campo. In almeno due casi il Sussidiario, come era peraltro normale, non ha ritenuto di ospitare due miei articoli di replica (non a Cominelli) per cui mi accontento, giocoforza, della brevità dei commenti, in qualche caso pure censurati o non pubblicati. Questo mi pare meno comprensibile alla luce dell'apertura della politica editoriale de Il Sussidiario. Ma, come mi è stato amabilmente fatto osservare, quando sei ospite, ti adegui persino ad essere citato, criticato e a non poter replicare. Resto del parere, non condiviso da Cominelli, che per parlare, con cognizione di causa, di un oggetto, bisogna conoscere il medesimo. Non posso criticare la gestione operativa di un reparto della Celere se non so di cosa si sta parlando. Cominelli ha abbandonato da tempo, lo dicono le sue note biografiche, la scuola reale. Quella di cui scrive è, a mio parere, la sua rappresentazione della scuola, quella "abitata" soprattutto dai fantasmi sindacali di cui spesso scrive. Del resto anche in quest'articolo ha citato tre aggettivi di un documento FLC Campania senza manco darsi la briga di linkare al testo o metterlo in nota. Quando si discute di politiche della scuola, che sembra la mission principale di Cominelli, la confutazione delle posizioni non condivise va argomentata ed esse non vanno demonizzate. E se anche il Ministro Gelmini facesse lo stesso ..non sarebbe male.

RISPOSTA:

"... per parlare, con cognizione di causa, di un oggetto, bisogna conoscere il medesimo"... Impossibile non condividere. Nego, tuttavia, che per conoscere la scuola occorra essere insegnanti ora e sempre sul campo. Ma appunto qui la discussione si fa nel merito. Non ho riportato il link delle dichiarazioni della FLC Campania? Perchè lo trovo superfluo. Un articolo non è una tesi di laurea. E perchè chiunque ormai, utilizzando la Rete, può andare a controllare se le citazioni siano corrette. Quanto ai sindacati, sono tutt'altro che fantasmi della mia mente ottenebrata. Come sa chiunque stia in una scuola. GC

 
31/12/2010 - Ragionamenti complessi, domande semplici (Franco Labella)

La nota complessità dei ragionamenti di Cominelli stimola, per converso, domande semplici. Due, in particolare. La prima: ma se il progetto è povero (lo scrive Cominelli, non io) perchè avrebbe dovuto convincere? L'OFSTED de noantri non è una ragione sufficiente a spiegarne il fallimento? La seconda: Cominelli ha esaminato, credo, una certa mole di dati (dalle delibere dei Collegi ai documenti sindacali dai quali estrapola aggettivi ma dei quali non dà conto delle motivazioni del rigetto). Per chi voglia prendersi la briga di leggere il documento citato da Cominelli: http://www.flccampania.it/doc/FLC%20199%20documento%20valorizzazione%20docenti. La domanda: il no diffuso ed articolato (anche delle scuole che attuano le prove Invalsi) gli dice qualcosa? Persino in un fase di "stanca"... E visto che siamo all'anno nuovo faccio anch'io un sogno come la prof.ssa Ribolzi: sogno un paese dove chi parla di scuola (e ne è lontano per collocazione professionale o per antica frequentazione) metta la terra sotto i piedi e si faccia un giro per le scuole. A partire dai Ministri... Scoprirà tante cose, compreso l'abbandono dei clichés... di cui, francamente, non se ne può più. Buon anno a chi resta ed anche a chi parte. In concreto e metaforicamente. Franco Labella, docente in servizio

RISPOSTA:

Il progetto sperimentale non poteva convincere per la struttura del progetto e di contesto politico. Perciò ha finito per urtare quelli che NON vogliono nessuna valutazione e quelli che LA vorrebbero, ma fatta seriamente. Riproporre lo schema dei Decreti delegati del 1974 (mai attuato), spruzzato di Fondazioni, non è stata una buona idea. Nei limiti di un articolo non potevo certo passare in rassegna le motivazioni di ciascun Collegio docenti. Quanto all'"OFSTED de' noantri", che immagino sia l'INVALSI, va precisato che compiti e struttura dei due organismi non sono commensurabili. L'INVALSI somministra test e stop. Ciononostante, produce dei risultati preziosi. Ma vengono imboscati nei cassetti ministeriali e in quelli delle scuole, per responsabilità dei Dirigenti scolastici, che non vogliono urtarsi con gli insegnanti. Abbiamo dei dati, a partire dai quali tirare precise conseguenze politiche e organizzative. Ma i responsabili li lasciano impolverare. Quanto a chi possa o debba parlare di scuola: chiunque ne sia capace e competente. Non è necessario stare in cattedra. Anche perchè stare in cattedra e non capire di politiche della scuola è un fenomeno piuttosto diffuso. Non è necessario essere poliziotto per parlare di Polizia o universitario per parlare di Università o commerciante per parlare di commercio. Alle argomentazioni si risponde nel merito, non certo contestando "il diritto" ad argomentare o la credibilità di chi argomenta. Conta il "che cosa", non il "chi" dice! GC

 
29/12/2010 - professionalità autoreferente (Antonio Servadio)

Concordo con la preoccupazione espressa del lettore Merenghetti. L'autoreferenzialità, difesa sempre e comunque con un abito mentale corporativo costituisce un impermeabile contro qualsiasi fertilizzazione. Nondimeno, quando si parla di scuola o di magistratura, penso anche alla delicatezza delle possibili soluzioni. Reputo che si debba girare alla larga dal rischio di adottare dispositivi che potrebbero recare più guai (nuovi guai) di quanti ne risolvono. Mi pare più utile riflettere su quale sia la "cultura" da cui nasce e di cui si nutre quell'autoreferenzialità, per tentare di comprenderla, prima ancora di ipotizzare se e come correggerla. A me pare che la "cultura scolastica" viva di vita autonoma, secondo un ciclo vitale di auto-perpetuazione. Chi sono gli insegnanti? Da dove arrivano? La mia impressione è che gli insegnanti di oggi siano gli studenti-modello di ieri. Semplificando per brevità, non sono affatto convinto che lo studente-modello abbia le migliori carte per diventare un insegnante eccellente. Detto in altro modo, non ho modo di trovare una correlazione tra successo scolastico (votazioni acquisite dagli studenti) e successo di altro genere, extra-scolastico.

 
29/12/2010 - La questione è seria (Gianni MEREGHETTI)

Come al solito intelligente e graffiante il giudizio di Cominelli, la questione della valutazione è seria e non può essere rimandata oltre, nè valgono progetti come quelli della Gelmini a proporla con la serietà che vi si deve a tale riguardo. Qui, sulla valutazione si evidenzia il nervo scoperto della scuola italiana, l'insegnante di fatto non vuole essere valutato, perchè considera il suo lavoro come cosa sua! Questo è il problema di fondo, una cultura del lavoro che prescinde da coloro cui questo lavoro, quello dell'insegnamento, è riferito. Lo dicono spesso gli studenti, "comunque l'insegnante ha sempre ragione!", e nonostante la realtà dica una cosa non opposta, ma diversa, di fatto l'insegnante entra in classe con questa convinzione, che nessuno può valutare il suo lavoro, mentre lui può valutare il lavoro di tutti quelli che ha davanti ogni mattina. La questione che Cominelli pone è decisiva, Gelmini o non Gelmini, c'è da assaltare una rocca ben difesa e protetta, quella della professionalità autoreferente, quella di un modo di concepire l'insegnamento che ruota su se stesso. E pensare che l'insegnante serve il bisogno di un altro, per cui è l'altro che ha il diritto di dire se il suo servizio lo fa crescere! Ma questo principio semplice è oggi il più disatteso, perchè l'insegnante non si concepisce a servizio dell'altro, ma concepisce l'altro come strumento dell'affermazione di sè ... C'è molto, molto da fare in campo di valutazione e bisogna ripartire dal principio.