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SCUOLA/ 80mila aspiranti presidi al bivio tra portafoglio e vocazione

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Inoltre, penso - anche perché ne ho conosciuti molti in questi mesi nei corsi organizzati da Disal e Diesse in preparazione al concorso - che questi docenti, spesso, sono anche quegli stessi che nelle scuole si distinguono per disponibilità a collaborare. Sono magari vicari, collaboratori dello staff dirigenziale, funzioni strumentali al POF, responsabili di importanti progetti, ecc… Sono convinto, infatti, che debba diventare dirigente scolastico non un docente che ha sbagliato lavoro, o che cerca risarcimenti delle proprie frustrazioni, ma uno che ama profondamente la scuola.

 

Forse i nostri predecessori avevano una concezione del dirigente poco moderna e aggiornata, ma su questo avevano ragione: il dirigente deve essere, almeno inizialmente, un buon insegnante, poiché deve saper applicare in un contesto più ampio le capacità relazionali sviluppate in classe. Deve anzitutto saper gestire le relazioni, e non rinchiudersi nella solitudine del suo studio e del suo ruolo. Certo, le competenze da sviluppare per vincere il concorso sono molto ampie, e vanno da quelle socio-psico-pedagogiche a quelle giuridiche. Tuttavia, io sono convinto che la sfida debba essere affrontata con fiducia nei propri mezzi e voglia di imparare. È vero o no che noi docenti siamo i primi a parlare di educazione permanente (lifelong learning)? Bene, di questo si tratta: di ampliare e approfondire le proprie conoscenze e competenze, che, comunque vada l’esame, saranno utili anche per la professione del docente.

 

Questa occasione è quindi la dimostrazione che la scuola può cambiare, può riformarsi dal basso. Proprio adesso che si sta attuando nelle scuole il riordino dei cicli, questa è la prova che i cambiamenti nella scuola devono passare dall’aggiornamento e dalla formazione dei docenti.

 

Vorrei però approfondire anche il ruolo che i dirigenti scolastici, giovani o meno giovani, possono e debbono avere proprio nei confronti del riordino. Il discorso non riguarda però solo le scuole superiori. Occorre, in tutti gli ordini di scuola, prendere al volo le occasioni di cambiamento, non per fare sterili discorsi ideologici, ma per mettere in discussione il modo in cui si sta in classe. Secondo me una prospettiva utile per tutti è quella di partire dai profili in uscita. In altri termini occorre chiedersi qual è il traguardo che si intende raggiungere, non semplicemente alla fine di una unità didattica o di un singolo anno scolastico, ma alla fine di un corso di studi.



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