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SCUOLA/ La mia esperienza di insegnante: perché gli stranieri vogliono sapere molto più di noi?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Ho notato che, accanto a un’indubbia difficoltà a comprendere l’italiano, c’è in questi ragazzi una volontà e un impegno a domandare spiegazioni e a sfruttare il tempo della lezione che non hanno paragoni con quelli dei pochi italiani che pure ho incontrato in quella sede. Questi ultimi sono più furbetti nel cercare le scorciatoie, oppure hanno bisogno di un forte sostegno nell’esecuzione dei compiti. La loro domanda è più limitata e in genere è più facile rispondervi.

 

Gli stranieri hanno una motivazione fortissima all’apprendimento delle abilità di base che sono ben coscienti di non possedere a sufficienza e sono spalancati a tutto ciò che viene loro dato, sotto forma di chiarimenti lessicali, grammaticali, di analisi logica, di costume, di storia passata e recente della nostra nazione. È veramente appagante lavorare al loro fianco; non ci si accorge neppure del tempo che va e delle tante persone che riempiono la stessa aula con la loro presenza colorata (quante ragazze con il velo!) e con le loro voci un po’ frastornanti.

 

Mi pare che si possa descrivere questo atteggiamento come una sorta di umiltà dinamica: quando uno è consapevole delle proprie deficienze, soprattutto lessicali, non teme di domandare spiegazioni, non lo sente come un disonore e ascolta e, se ancora non capisce, costringe l’insegnante a spiegarsi meglio, magari con esempi tratti dalla vita piuttosto che soltanto con l’uso dei sinonimi.

 

Mi auguro che questa determinazione permanga in loro anche quando avranno a poco a poco superato le loro lacune, perché se essa è una dote più facilmente reperibile in chi si trova in condizioni svantaggiate, è anche una risorsa notevole per il futuro inserimento nel mondo del lavoro. Non mi intendo di ricerca del personale, ma se mi trovassi per ipotesi a fare colloqui di lavoro con i ragazzi che ho incontrato a lezione, non avrei dubbi a prendere in considerazione il loro curriculum: la stoffa c’è.



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COMMENTI
05/12/2010 - Condivido il giudizio di Laura Cioni (Mariagrazia Fornaroli)

Sono anch'io da molti anni insegnante di materie classiche in un liceo del Milanese, anch'io da molto svolgo attività di doposcuola e da alcuni anni, necessariamente, soprattutto a ragazzi non europei. Anch'io ne colgo ogni giorno di più la grande curiositas. Due giorni fa accennavo ad Ambrogio, vescovo di Milano, per giustificare il lungo ponte e un ragazzino dello Sri Lanka, mentre i suoi compagni italiani mi ascoltavano annoiati (sapendo già tutto!) mi ha chiesto appassionato se Ambrogio fosse collegato al culto ambrosiano, di cui sapeva qualcosa ma desiderava sapere di più. Quindi tutto vero, ma allora abbiamo una grande responsabilità in fatto di orientamento: impegnamoci a far sì che la scelta della scuola superiore per loro sia il più possibile coerente alle attitudini e non solo dettato dall'urgenza. Confido che Porto Franco e esperienze affini possano contribuire in tal senso.