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SCUOLA/ Autonomia, organico e formazione docenti: tre punti chiave della riforma Gelmini

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Riforma delle superiori fatta. Punto e a capo. Il Ministro Gelmini lancia segnali che riaprono e approfondiscono tutti i molteplici fronti dai quali dovrebbe passare la trasformazione del pachidermico sistema scolastico italiano in un organismo vivo fatto di scuole autonome che funzionano e insegnanti motivati che lavorano per il bene dei loro alunni. Mission impossible? Forse no. Il riordino del ciclo secondario superiore (istituti tecnici e professionali; licei) presenta tre punti di forza (che possono diventare di debolezza, se non attuati): la gestione delle quote di autonomia da parte delle scuole; la possibilità di ritagliarsi l’organico funzionale; la preparazione e disponibilità dei docenti a muoversi entro spazi che sono diversi da quelli tradizionalmente assicurati da un meccanismo sindacal-assistenziale oggi in crisi.

Alla luce di questi tre gangli, le successive misure che la politica scolastica vuole introdurre (nuova formazione iniziale degli insegnanti; nuove forme di reclutamento; valutazione del merito) appaiono come complementari: una scuola così com’è ridisegnata dalla riforma (dimagrita nei quadri orari ma con la pretesa di incidere maggiormente sulle leve che promuovono la qualità degli insegnamenti e abbassano i tassi di dispersione) non potrà mai funzionare se non per opera di docenti che vivono fino in fondo la loro professione, e cioè sono disponibili a coinvolgere gli alunni nel percorso della conoscenza attraverso le discipline e, nello stesso tempo, a diventare protagonisti, per quello che loro compete, dell’offerta formativa che le scuole rivolgono al territorio.

È inevitabile: il filo rosso che attraversa il riassetto della scuola (il livello superiore è l’ultimo di una serie di ritocchi che hanno coinvolto anche la superiore di I grado e la primaria) passa attraverso la personalità del docente: la sua identità culturale e professionale, il cuore con cui vive ogni giorno l’impatto con l’attività didattica, il riconoscimento di cui gode (che dovrebbe essere anche espresso in una progressione di carriera degna di questo nome).

 

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COMMENTI
17/02/2010 - formazione futuri docenti e valorizzazione attuali (Michele Borrielli)

i futuri docenti "pluridisciplinari" di cui parla l'articolo, saranno presenti nelle scuole in numero significativo non meno che tra 20-25 anni. Non sarebbe meglio nel frattempo studiare come valorizzare al meglio gli attuali? Ad esempio, esistono negli istituti tecnici, e molti di essi saranno soprannumerari per effetto dei tagli di ore di discipline scientifiche, docenti laureati in chimica della attuale classe di concorso A013 - futura A-33, con oltre 20 esami universitari (dei 30 totali) sostenuti in discipline chimiche (contro gli 1-2 in media sostenuti dagli attuali docenti di scienze dei Licei) e che hanno sostenuto una tesi sperimentale (1 intero anno in laboratorio) che rischiano di essere sotto utilizzati o espulsi dalla scuola. Non sarebbe meglio utilizzarli nei Licei, a partire dagli scientifici, affiancandoli in maniera stabile ai docenti della attuale A060, laureati in scienze naturali o biologiche perchè anche i liceali, come gli alunni degli istituti tecnici, possano imparare la chimica dal laureato in chimica e non dal laureato in biologia o in scienze naturali? Perchè non dotare anche i Licei della importante risorsa umana costitutita dai docenti laureati in chimica della attuale A013- futura A-33 (uscendo dal solito precario "utilizzo in altra classe di concorso" per la quale si ha titolo o si è abilitati)? Non sarebbbe un ottimo esempio di come utilizzare al meglio l'autonomia?