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SCUOLA/ 2. Perché lo Stato legittima le paritarie ma punisce le famiglie?

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Lo Stato deriva il suo valore, la sua autorità e i suoi limiti, nell’operare per il bene e al servizio dei cittadini. Tale concezione trova riscontro nell’art. 2 della nostra Costituzione - «La Repubblica italiana riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» - e ritiene ormai acquisite alcune conquiste di convivenza democratica: il principio di sussidiarietà che regola l’azione dei pubblici poteri, la quale deve avere carattere di orientamento, di stimolo, di supplenza e di integrazione, sostenendo in modo suppletivo le membra del corpo sociale; l’autonomia che riconosce alle istituzioni scolastiche l’espressione di autonomia funzionale tesa alla realizzazione dell’offerta formativa, promuovendo il raccordo e la sintesi tra le esigenze e le potenzialità individuali e gli obiettivi del sistema di istruzione.

Nel solco di queste premesse si colloca la Legge sulla parità scolastica (L. 62/2000), secondo tratti di disciplina che, anche in ragione dei requisiti richiesti alle scuole pubbliche paritarie, inducono il legislatore a considerarle, al pari della scuola pubblica statale, elemento costitutivo di un organico sistema volto all’attuazione dell’istruzione e della formazione (sino ai 18 anni), costituzionalmente assunto dallo Stato nei confronti del cittadino (art. 34 Cost.). È agevole concludere, quindi, che la stessa qualificazione legislativa di scuole pubbliche paritarie, per quegli istituti che soddisfano le condizioni previste dalla legge, giustifica la legittima aspettativa non solo di ottenere leggi che assicurino - come dice la Costituzione - “piena parità”, ma anche condizioni economiche che assicurino l’utenza nel loro diritto di scelta, in ossequio, tra l’altro, anche al precetto costituzionale che riserva ai loro alunni/studenti un trattamento scolastico “equipollente a quello degli alunni di scuole statali” (art. 33, comma quarto, Cost.).

 

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COMMENTI
21/02/2010 - Cittadini "uguali" davanti alla Costituzione (Roberto Pasolini)

L’articolo offre un importante contributo alla discussione sulla “giustizia sociale” legata alla realizzazione della parità scolastica. Se si affronta obiettivamente il tema costituzionale evidenziato, occorre riconoscere che indica con chiarezza che ogni cittadino “ha il dovere di assolvere l’obbligo scolastico per almeno otto anni” (oggi sono dieci), ma non indica che questo “debba” essere assolto in una scuola statale. Se prima della legge 62 un’interpretazione restrittiva poteva far pensare che dovesse essere assolto in una scuola del sistema nazionale, quindi statale, dopo non è più così! L’art. 1 dice con chiarezza che ne fanno parte sia le scuole statali, sia le paritarie, con pari dignità! Questo fa di fatto cadere anche qualche affermazione ideologica. Mi riferisco alla dote data a chi ha un reddito elevato (ricordo che c’è un tetto). Domanda, visto il dettato costituzionale, vista la legge di parità, per quale motivo una famiglia abbiente ha diritto a far frequentare ai propri figli la scuola dell’obbligo, in via assolutamente gratuita, presso una scuola statale, mentre deve pagarsi il servizio se frequentano una paritaria? Dei due l’una: o una famiglia abbiente deve pagarsi (anche parzialmente) l’istruzione dei figli e allora si abbia il coraggio di modificare la Costituzione, o dovrà usufruire delle stesse condizioni, perché sono gli stessi cittadini i cui diritti sono garantiti dalla stessa Costituzione, senza “stracciarsi le vesti”, senza ideologie preconcette.