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SCUOLA/ Famiglia, repubblica e stato: a ciascuno il suo

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Le famiglie sono i committenti. Proprio perché esse non sono i provider (salvo eccezioni che si vanno lentamente estendendo per i primi anni di età dei ragazzi, soprattutto negli Usa), le famiglie non hanno il diritto di interferire nell’organizzazione del servizio e nella didattica. Neppure nel caso che cooperative di famiglie istituiscano delle scuole e perciò si trasformino in provider. Non spetta al Consiglio di amministrazione o di indirizzo o, oggi, di Istituto, organizzare il servizio educativo, bensì alla comunità tecnico-professionale dei docenti e alla leadership educativa dei dirigenti. Alle famiglie toccano la scelta iniziale della scuola e il giudizio finale, con tutte le conseguenze del caso, compreso il licenziamento di dirigenti e insegnanti. Il giudizio sul “prodotto” educativo finale nasce sia dall’osservazione empirica diretta sia dalle analisi comparative più sofisticate dell’Authority o di ogni altro istituto locale a ciò finalizzato. Ogni forma di partnership educativa tra famiglia e scuola è necessaria, ma a condizione che ciascuno stia al proprio posto. L’attuale governance, quella prevista dai Decreti Delegati del 1974, ha favorito o il disimpegno della maggioranza delle famiglie o l’intrusione aggressiva di una minoranza. 



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COMMENTI
22/02/2010 - famiglie provider (Marco Lepore)

D'accordo con Cominelli: ogni famiglia ha diritto di svolgere il proprio ruolo naturale di commissioner, utilizzando gli 8.000 euro di costo/alunno dove e come ritiene più opportuno, istituto statale o paritario che sia. Ed è sacrosanto: senza una valutazione/certificazione rigorosa della qualità dell’offerta educativa dei provider (stato e soggetti privati), dei dirigenti, degli insegnanti, che deve necessariamente essere effettuata da una soggetto terzo, la libertà di scelta non può essere esercitata fino in fondo. Sui compiti delle famiglie in quanto provider, però, vogliamo però ricordare che tutte le esperienze di cooperative di docenti sono naufragate in un fallimento gestionale e che i genitori, proprio grazie alla legge 62/2000, possono organizzarsi per rilevare o istituire nuove scuole guidandone l'aspetto organizzativo/gestionale. Certo, non potranno entrare nel merito della didattica; ma il Gestore ha il compito di verificare se la sua idea originale di educazione (per cui ha investito tempo e soldi) viene tradotta anche in didattica! Altrimenti oggi avremmo solo più scuole di Stato.

RISPOSTA:

Il commissioner ha il diritto di verificare che il provider scelto rispetti il progetto educativo. Lo strumento principale della verifica è la valutazione esterna e l'esercizio della partnership educativa: incontri con il dirigente, con gli insegnanti ecc... Nel caso delle scuole paritarie, costituite da genitori o da insegnanti o da imprenditori o da qualsiasi altro, è il CdA che organizza il servizio, nell'ambito del mandato culturale e pedagogico-didattico ricevuto. Esso è il provider. Il CdA, a sua volta, sceglie il dirigente, che a sua volta sceglie i docenti. Il problema è quello del rapporto tra CdA e personale. Come fa il CdA a verificare che il personale sia fedele al mandato ricevuto? Intanto, a monte, il CdA ha reclutato il personale in base ad una coerenza con il progetto delle famiglie, di cui il CdA è interprete. A valle, il CdA utilizza la valutazione esterna e le informazioni che provengono dalla partnership quotidiana dei genitori. Ciò che si deve escludere è che il CdA si metta a svolgere funzioni di direzione o di docenza, che spettano al dirigente e ai docenti. Come insegnare e cosa di matematica o di filosofia o di greco non spetta al CdA né ai genitori. Quando accade - e qualche volta accade- si genera un conflitto spesso distruttivo. Del resto il Cda può sempre prendere una misura radicale: quella del licenziamento. Qui ci si muove su un terreno conflittuale, che spesso vede opposti il dirigente, il personale, i genitori, il Cda. Giovanni Cominelli