BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Burnout e demotivati: le riforme sono sufficienti a salvare insegnanti e alunni?

Pubblicazione:

ragazziR375_19set08.jpg

 

In tempi lontani le riforme che investivano la scuola venivano pensate e disegnate a partire da un obiettivo preciso e circoscritto. Una volta, per “fare gli italiani” dopo aver fatto l’unità d’Italia; in tempi più recenti l’istituzione della scuola media unica e obbligatoria per garantire a tutti (non uno di meno!) una formazione culturale di base, e così via. Negli ultimi due decenni, su su fino all’oggi, le riforme spesso sono nate sotto la spinta di una dimostrazione di forza di una parte politica e/o pedagogica rispetto ad altre. Così si cambia l’architettura della scuola, pensando poco o troppo  alla popolazione scolastica che la abita. È vero. Molto si discetta circa le differenze della nuova generazione di alunni. Tutti a “descrivere” la generazione Y, i digital natives; a tratteggiare quasi con compiacimento i tratti distintivi degli alunni di oggi, i problemi di apprendimento di questi ultimi, i loro interessi e le loro difficoltà a crescere.

Ma, diciamolo in tutta franchezza, le analisi sono utili se portano ad individuare soluzioni.

Il palazzo di Via Trastevere, pedagogisti, sindacati a suon di leggi, circolari, proclami, pongono i riflettori su un serio problema che investe la scuola quale è l’accoglienza (e fermiamoci a questo) degli alunni stranieri nelle nostre classi. Questione seria che non può essere liquidata con l’indicazione di percentuali di presenza dei culturalmente “diversi” (30 per cento in ogni classe? classi differenziate?). Ma chi pensa a tutti gli alunni (e sono molti, un quarto degli iscritti secondo alcune ricerche) che presentano tratti di disagio conclamato, non tanto a livello di apprendimento quanto di fragilità e confusione nel gestire la propria identità affettiva e cognitiva?

In uno straordinario romanzo di Joyce Oates Sorella, mio unico amore (ispirato ad una storia vera) si stigmatizza la società della middle class americana che manda i propri figli in scuole esclusive. In queste i ragazzini fanno a gara a chi è affetto da più sindromi definite dagli acronimi più strani, a chi assume più psicofarmaci per combattere noia, depressione, aggressività. Addirittura si costruiscono amicizie a partire dalla comunanza di una sindrome da cui si è afflitti. Il tutto nell’accettazione serena e quasi compiaciuta di famiglia e scuola. La nostra società è disposta ad osservare con atteggiamento di ineluttabilità i disagi della nuova generazione? Come è stato citato sulle pagine di questo giornale «l’impossibilità di educare è pensata come una condizione normale della società in cui viviamo».

 

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO ">>" QUI SOTTO



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
26/02/2010 - Analisi e soluzioni (Tiziana Villa)

Condivido l'affermazione dell'autrice dell'articolo:"le analisi sono utili se portano ad individuare soluzioni". La scuola rischia di diventare oggetto di una serie di analisi che evidenziano i problemi senza che nessuno abbia mai il necessario coraggio di individuare e sostenere una posizione di sintesi operativa che rilanci i soggetti in un reale lavoro costruttivo. "Qualsivoglia innovazione si rivelerà fallimentare se non si offrono ai docenti strumenti del mestiere efficaci..."; è necessaria una autocoscienza da parte dell'adulto educatore che consideri l'adolesceza (ci si riferisce ai ragazzi delle madie) come l'età dell'irruzione del propriamente umano:la necessità e l'entusiasomo del creare, come ci insegna la grande filosofa Maria Zambrano. Ci sono ancora educatori che scommettono su questo?