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SCUOLA/ Classi ponte o classi ghetto: i dati Invalsi danno ragione alla Lega?

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2. Resta però innegabile che nella nostra ipotetica classe di tutti stranieri il livello di conoscenza dell’italiano, che è preliminare anche rispetto agli altri apprendimenti, con ogni probabilità sarà differenziato in base al periodo di arrivo, alla scolarità precedente, alla lingua parlata in casa e al livello di cultura dei genitori: e questo naturalmente vale per i ragazzi di origine straniera presenti nelle scuole, indipendentemente dall’eventuale concentrazione, legata alla struttura abitativa del territorio.

3. Ne consegue, o meglio ne conseguirebbe, che qualsiasi politica educativa finalizzata vuoi all’inserimento, vuoi all’equità deve tenere conto della diversità dei punti di partenza, e ridurla con azioni positive. In altre parole, non è spostando e smistando i ragazzi stranieri, o in difficoltà (non sempre i due termini coincidono) che si risolve il problema, ma pensando a forme di personalizzazione dell’insegnamento. È un problema che va affrontato dalle scuole e non dalle classi.

4. E qui torna a galla la proposta delle classi – ponte, che per essere stata (intenzionalmente?) proposta dalla Lega come una sorta di “classi speciali” è stata ipso facto bollata di classi – ghetto. Ora, non solo nella quasi totalità degli altri paesi europei l’inserimento dei ragazzi stranieri avviene in modo graduale, con un insegnamento intensivo della lingua del paese di arrivo e, almeno per le materie fondamentali, ore di insegnamento nella lingua di origine o in una lingua veicolare, per evitare che si crei un divario negli apprendimenti disciplinari troppo difficile da colmare, ma nella stessa scuola italiana la normativa dell’autonomia prevede la possibilità di dividere e ricomporre le classi per lo svolgimento di attività specifiche, tra cui il  recupero di materie curricolari.

 

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COMMENTI
03/02/2010 - Si abbia il coraggio di dare autonomia alle scuole (Roberto Pasolini)

Concordo con le proposte di Luisa Ribolzi. Chi opera nella scuola sa e vive la necessità di aiutare un bambino straniero ad integrarsi ed a comprendere quanto l’insegnante spiega in classe e sa che, senza un insegnamento intensivo della lingua italiana, questo è praticamente impossibile. L’applicazione della modularità organizzativa che formi gruppi di studenti da seguire in via personalizzata con l’obiettivo di portarli alla completa integrazione da un punto di vista degli apprendimenti con la classe di riferimento è una possibile e valida soluzione che mette in risalto il fatto che formare, transitoriamente, gruppi per nazionalità non è “ghettizzazione”, ma volontà di aiuto ed integrazione. Come sempre chi governa ha il doveroso compito di indicare con precisione gli obiettivi, ma poi dovrebbe avere fiducia e coraggio nel confidare sulla capacità di autonomia della scuole nello studiare i modelli didattici ed organizzativi atti a conseguire il risultato. Più le norme scendono nei dettagli, anziché indicare obiettivi, più sono di difficile applicazione poiché il dettaglio è nemico della personalizzazione, condizione irrinunciabile per risolvere questo problema senza abbassare i livelli medi di apprendimento.