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SCUOLA/ Pioggia di insufficienze e di cinque in condotta: è davvero cambiato qualcosa?

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Sempre osservando i dati, si legge qualcosa sugli umori del corpo docente.

È come se gli insegnanti abbiano ripreso coraggio e abbiano trovato il modo di dire ciò che pensano della situazione, accentuando il giudizio negativo sulle prestazioni in comportamento ed in apprendimento degli studenti. E questo di per sé non è un fatto negativo. Ha ragione il Ministro a sottolinearlo.

Se – se! – la condizione di grande disomogeneità degli apprendimenti e di basso livello complessivo delle scuole italiane fosse dovuta principalmente, se non esclusivamente, ad un eccesso di lassismo nei confronti delle condotte e degli apprendimenti, ci sarebbe anzi da rallegrarsi. È ben noto d’altronde che la natura umana ed anche quella dei giovani italiani è sensibile alla mitica carota, ma necessita talvolta – ahinoi! – del bastone. E appare debole l’obiezione secondo cui non è la scuola a determinare il livello etico di una società, ma che al contrario è la società che influenza in questo campo la scuola: si comincia da dove si può.

Tuttavia pensare di migliorare il clima comportamentale ed il livello di apprendimenti solo tirando i freni, con un impossibile “ritorno al futuro” interpretato da nostalgici degli anni Cinquanta sembra una visione infondatamente ottimista.

Davvero pensiamo che costituisca un deterrente di massa al disimpegno nell’apprendere la minaccia di innalzare il livello delle bocciature, essendo evidente che a questo si mira. Ora, a parte il fatto che sembra dimostrato che nella gran parte dei casi le ripetenze non incrementano il livello degli apprendimenti, anche il potere deterrente del “5 in condotta” sembra scarso nella situazione italiana.

 

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