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SCUOLA/ Pioggia di insufficienze e di cinque in condotta: è davvero cambiato qualcosa?

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Negli istituti superiori non è raro il caso di studenti normodotati, ma pluriripetenti, che si trascinano per anni sui banchi con il sostegno delle famiglie (che all’uopo ricorrono anche a scorciatoie nei diplomifici). Potendosi permettere economicamente di mantenere i giovani a scuola qualche anno in più, mirano all’agognato pezzo di carta che alla fine, sfinito, il sistema rilascerà. Questa realtà che è sotto gli occhi di tutti è una delle ragioni dell’immobilismo sociale italiano, perché questi comportamenti sono tipici della piccola borghesia, mentre i ceti popolari tendono a lasciar perdere subito, non tanto oggi per motivi economici, quanto per motivi culturali.

Probabilmente un deterrente maggiore sarebbero delle vere e proprie vere certificazioni di ciò che si sa e di ciò che non si sa, ad uso delle Università e dei datori di lavoro.

Ma c’è anche un altro problema. Quali sono i parametri minimamente condivisi e validati, sulla base dei quali vengono dati questi voti? Quali sono le asticelle che indicano almeno in alcuni campi fondamentali - che sono anche quelli più problematici - il livello di accettabilità cui conformarsi? Urgono cartine di tornasole per capire se gli studenti italiani sono molto somari o se gli insegnanti italiani hanno qualche problema a migliorare il livello dei loro studenti rispetto a quanto imparerebbero se studiassero da soli.



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