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SCUOLA/ L’esperto: con Edimar anche i "bambini di confine" imparano come gli altri

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È al contempo il nostro punto di forza e di debolezza. Punto di forza perché mette insieme competenze diverse per garantire lo sviluppo delle possibilità della persona, e quindi è molto rivolta all’io. Punto di debolezza perché la generalizzazione del metodo dipende sempre dalla capacità di lavorare insieme tra operatori di diversa competenza. Chiaro che mettendo in campo una figura unitaria tutto sarebbe più semplice. Ma non più efficace. Da noi il lavoro di équipe tra ricercatori ed educatori vale in tutte le fasi: valutazione, somministrazione delle prove, potenziamento, lavoro con gli insegnanti e i genitori.

 

In cosa consiste, allora, il segreto del vostro lavoro?

 

Con una formula forse fin troppo facile si potrebbe sintetizzare così: lasciarsi mettere continuamente in discussione. O meglio: il segreto del nostro lavoro è essere convinti che ciascuno aiuta nella misura in cui è davvero aiutato. Voglio dire che non basta pensare di essere d’aiuto, bisogna che il risultato sia percepito da chi ne ha bisogno.

 

Si cita spesso il modello dell’adulto facilitatore, dell’insegnante facilitatore o dell’operatore facilitatore... quasi una formula magica.

 

Noi non abbiamo il compito di facilitare, abbiamo il compito di aiutare. Aiutare non rende più facile, ma significa dare una mano perché il bambino cammini da solo. Il modello che mi piace di più è quello che recupera l’idea classica di aiutare i bambini a trovare il modo di sviluppare il meglio di quanto possono.

 

Dall’esperienza maturata nel Centro padovano, qual è l’ostacolo all’apprendimento con cui vi scontrate più di frequente?

 

C’è un unico disturbo dell’apprendimento che non ha una base organica: l’impotenza appresa, cioè il fatto che impariamo che non siamo capaci. Se tu sei convinto che non sei capace, blocchi l’apprendimento. In bambini seguiti con questo metodo l’impotenza appresa è un’onda che si rovescia e si trasforma in auto-competenza. Se cioè il bambino sperimenta che ce la fa, va da una sensazione d’impotenza a una sensazione di competenza, di forza, di autostima. Questo è anche il meccanismo che gli insegnanti riconoscono come il più valido, perché spinge i bambini a rimettersi in gioco.

 

In che cosa il lavoro del Centro rappresenta per la ricerca universitaria un valore aggiunto?

 

Noi abbiamo la possibilità di pubblicare su riviste scientifiche internazionali, ma se le nostre ricerche avanzate vengono lette da cinque persone nel mondo, non c’è nessuna ricaduta sulla situazione di migliaia di bambini in difficoltà. È proprio qui l’importanza del Centro, un modello certamente complesso in cui ci mettiamo tutti quanti in gioco in ambiti in cui ciascuno di noi deve imparare dall’altro. Ma questo è anche un grande arricchimento per noi ricercatori. S’immagini cosa posso sapere io, che mi occupo di scienze cognitive, di capacità educative ed umane o di formazione dell’io: lo so attraverso il modo in cui se ne fa esperienza qui.

 

 

 



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COMMENTI
10/03/2010 - La fatice della conoscenza (Maria Grazia Discoli)

Che bello questo articolo!Secondo me ormai questo tipo di problemi non riguarda più solo "i bambini di confine" perchè l'emergenza educativa tocca moltissimi ragazzi che soffrono di un grande deserto di significati e di presenze adulte. Imparare sta diventando sempre più difficile in assenza di maestri appassionati e capaci di sfidare la libertà dei più giovani. Sarebbe bello conoscere più da vicino questa esperienza per potere, noi grandi, imparare a leggere le fatiche anche cognitive dei ragazzi come fatiche che riguardano l'amore e la conoscenza.