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SCUOLA/ L’educazione non va in clinica: meglio un prof di un dottore...

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La terza riflessione. Sono decisivi il ruolo e perciò la formazione degli educatori. Uno solo non basta. E del resto non si dà in natura. Gli educatori sono molteplici e molteplici sono le agenzie educative. E devono essere molti. Perché si tratta, in realtà, di ricostruire pazientemente i molteplici fili delle relazioni affettive-emozionali entro le quali la conoscenza della realtà diviene alimento sapido per l’essere umano. Ma il primo compito di ogni singolo educatore e specialista è quello di imparare a cogliere quel segreto e unico punto di contatto che il bambino/ragazzo mantiene con il mondo, nonostante tutte le sconfitte. Per un bambino può essere il gusto dei numeri, per un altro il video-gioco. Si tratta di una competenza-chiave dell’educatore, fatta di specialismo e di capacità di entrare empaticamente nel cerchio di esperienza del bambino e del ragazzo. La pluralità di educatori e specialisti - genitori, docenti e altri ancora - rende più complesso e difficile il compito di ricondurre a unità. Servono preparazione, umiltà dell’imparare, ascesi.

 

Quarto. L’impotenza appresa interroga direttamente educatori e insegnanti e il sistema educativo, così come è organizzato, con i suoi meccanismi e i suoi tempi. Capita ai ragazzi di accumulare, senza che nessuno se ne avveda e se ne assuma le responsabilità, una serie di fallimenti, che vengono passati da una classe di età all’altra, gradino dopo gradino. Gli effetti sono noti. Il ragazzo è portato a convincersi che non ce la può fare: donde la frustrazione, la noia, la depressione, l’aggressività, il bullismo, la solitudine. L’impotenza appresa è un fenomeno imponente, che traspare anche nelle statistiche recentissime dell’Invalsi e che si genera nei bambini della scuola primaria e nei ragazzi della scuola secondaria di primo grado. Di colpo, avviene un trauma nello spirito e nella mente dei ragazzi: cade “la meraviglia”, la gioia del conoscere, il sapere diviene triste, lo sguardo si abbassa e si ritira dentro di sé.

L’esperienza del Centro di Padova documenta che è possibile, a determinate condizioni, superare l’impotenza appresa. Ma è certo che alle spalle stanno le difficoltà di educare e di insegnare degli adulti. Sono le difficoltà di insegnamento, sono i deficit di responsabilità, di motivazione e di competenza professionale di genitori e insegnanti che fanno da pendant alle difficoltà di apprendimento.  



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COMMENTI
18/03/2010 - collaborazione con EDIMAR (vincenzo amato)

Da dirigente scolastico ex docente di sostegno, racconto la collaborazione con il Centro Difficoltà di Apprendimento della Fondazione “Edimar” (C.D.A.). Sottolineo collaborazione perché la scuola non ha scaricato il “ragazzo di confine” ad uno “stuolo di specialisti interessati”, ma ha messo in atto col C.D.A. un “affidamento congiunto” poichè ha riconosciuto la propria inadeguatezza. La scuola ha continuato la sua azione educativa mantenendo rapporti sia con il ragazzo che col C.D.A., con un “lavorare a fianco” che va ben oltre gli accordi istituzionali e da parte del C.D.A. non vi è stata un’esclusiva presa in carico del ragazzo. I docenti di scuola secondaria non sono mai stati oggetto/soggetto di formazione generale e/o specifica; in tal modo si è favorita anche l’acquisizione di stereotipi contribuendo al cambiamento del lessico tra gli anni ‘97 e 2007. Concordo sul fatto che “sono decisivi il ruolo e perciò la formazione degli educatori”: senza formazione, è inevitabile che “l’adulto responsabile non disponga delle competenze necessarie per affrontare la patologia” e sia preso da “impotenza educativa”. Non vedo “docenti in fuga”, “disertori”, ma solo educatori che chiedono aiuto ad altre agenzie per portare avanti insieme un progetto personalizzato sulla base delle caratteristiche del ragazzo. E’ vero:“uno solo non basta”, ma questo bisogna che qualcuno lo spieghi bene al Ministro in carica che non perde occasione per dichiarare: “maestro unico è bello...”.

 
17/03/2010 - commento (bruno trevellin)

Ho letto attentamente l'intervista alla prof.ssa Lucangeli e il commento dell'esperto Cominelli. Sono un insegnante di scuola media e ho a cuore innanzitutto i ragazzi. Bravo Cominelli perchè hai detto con chiarezza che dobbiamo riprenderci la nostra responsabilità di educatori! E bravi agli educatori di edimar: non ho avuto paura di chiedervi aiuto e di inviarvi un mio ragazzo che, da quando viene da voi, è cambiato in maniera significativa e ha iniziato a dire “anche io ce la posso fare”.

 
16/03/2010 - Ok. Meglio un Prof di un dottore, ma quale Prof? (leonardo vesely)

Sono un convinto assertore che i Prof sono sottopagati, demotivati e dovrebbero stare nella scuola a tempo pieno. Oggi non riescono a dare agli studenti di ogni ordine e grado un'istruzione di conoscenze e di vita e gli studenti se ne rendono conto. I rendimenti sono decrescenti nel tempo, dalle primarie alle secondarie, e il tasso di laureati in Italia è ridicolo... Il problema di fondo è certamente politico e sindacale. La scuola come bacino di lavoro è il luogo sbagliato. La riforma è certamente ambigua, ma necessaria. Vedremo i progressi. Guardiamo dal punto di vista dello studente. Oggi gli studenti vanno a scuola con scarso impegno e trovano solo risposte banali da parte degli adulti e del corpo docente che scarica sui giovani le proprie inidoneità, i propri problemi e le frustrazioni. Nelle classi è meglio avere 20 studenti che 30: si è più seguiti, più coltivati, più conosciuti. Docenti soddisfatti del loro lavoro (a tempo pieno) sono meglio di docenti a "orario": sono più attenti ai problemi, al risultato raggiungibile e non al voto dato tra i tanti, il lavoro disteso. Un cattivo voto è spesso colpa del docente! Il tempo trascorso a scuola spesso non è edificante e l'abbandono e il mancato proseguimento degli studi e lo scarso rendimento scolastico sono in buona parte dovuti a disagio (che i giovani esprimono, che i docenti non vogliono comprendere...) che non trova soluzione e gratificazione. Lo studente è cambiato! E' maturo e cosciente, si evolve, e i Prof? No...

 
15/03/2010 - Qualche perplessità sulla presentazione dei dsa (irene ottani)

Leggendo questo articolo si notano diverse ambiguità, la prima delle quali risulta una non chiara affermazione che i ragazzi con dsa hanno una intelligenza normale, spesso, eccelsa. In mancanza di questa caratteristica non si può parlare di disturbo specifico di apprendimento. Ancora più ambigua è l'affermazione che si ricorre a specialisti della mente e del corpo per il trattamento di questi disturbi, quasi lasciando intendere che chi presenta in età evolutiva un dsa venga medicalizzato. Non è così, se si fa ricorso a specialisti del corpo e della mente è evenutalmente per integrare con terapie non medicali un insegnamento mancante nella scuola. In genere si ricorre alla logopedia e alla psicomotricità, discipline del tutto assenti nel percorso di istruzione pubblica. D'accordo invece con il fatto che gli insegnanti in forza alla scuola non sono preparati per accompagnare un allievo con dsa nel suo specifico e peculiare percorso di apprendimento, che porterà, è importante sottolinearlo, ad ottenere senza alcuna mancanza le competenze previste dal corso di studi frequentato. Parlando di disturbi di apprendimento e ragazzi è importante fare molta attenzione a quello che si afferma se non si vuole alimentare con le proprie dichiarazioni quello stato di insuccesso e di depressione di cui nel vostro articolo ricordate il ricadimento devastante nella mente dei ragazzi.

RISPOSTA:

La dislessia ha basi organiche. Non significa che uno ha difficoltà di intelligenza del mondo, bensì che ha difficoltà di lettura e perciò di apprendimento. Mai sostenuto che c'entri con l'intelligenza. Quando all'uso degli esperti. Per dire due cose: 1) occhio a non clinicizzare ciò che non è affatto patologico, ma è solo relazionale-emotivo, e quindi educativo; 2) occhio a non dismettere troppo rapidamente le responsabilità educative e didattiche, per ricorrere troppo frettolosamente a specialismi. I quali, quando è necessario, ci devono essere. Non è una critica degli specialismi, ma della fuga frettolosa dalle proprie responsabilità da parte degli educatori, genitori o insegnanti che siano. Giovanni Cominelli