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SCUOLA/ Chiosso: meno Stato, più autonomia e più sapere, così cambiano i licei

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Il secondo criterio è quello della essenzialità e della irrinunciabilità delle conoscenze. Nelle Indicazioni non c’è tutto quello che le scuole debbono fare: se così fosse saremmo nella logica dei Programmi tradizionali. Le Indicazioni segnalano ciò è irrinunciabile secondo una logica inclusiva e non esclusiva. Intorno al nucleo essenziale spetta infatti ai collegi dei docenti e ai singoli insegnanti - anche in relazione alle quote di flessibilità previste dagli orari - articolare i percorsi scolastici integrando la parte essenziale con altre conoscenze in modo adeguato e coerente con il Profilo in uscita previsto per ciascun liceo.

 

Qual è il valore aggiunto di questo approccio?

 

Questa impostazione - che anche in questo caso non mi pare sia stata finora colta in tutta la sua densità - assegna agli insegnanti una grande responsabilità culturale ed educativa. Spetta a loro compiere le scelte più idonee per far crescere gli alunni sul piano culturale, nel senso critico, aiutandoli a diventare persone capaci di capire e non solo di ripetere. C’è bisogno dunque non solo di docenti «tecnici esperti», ma anche docenti capaci di stimolare le capacità personali e promuovere cultura.

 

Come dobbiamo orientarci nei documenti?

 

Sono fruibili da un vasto pubblico. Mi pare molto importante segnalare lo stile con cui le Indicazioni sono state elaborate e scritte. Non più di due pagine per ciascuna disciplina, con l’impiego di un vocabolario alla portata di tutti, senza specialismi e senza i gergalismi tipici di una certa letteratura ministeriale. Mi sento di poter dire che dalle Indicazioni viene una lezione di chiarezza, semplicità, trasparenza. Ognuno ha ovviamente il diritto di esprimere consenso o dissenso, ma nessuno può lamentare oscurità, ambiguità o indeterminatezza.

 

Si è molto discusso in questi giorni se la scansione cronologica prevista dalle Indicazioni non rischi di esagerare sul versante della contemporaneità. Insomma, è sempre il ’900 a far discutere.

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista a Giorgio Chiosso

  



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COMMENTI
18/03/2010 - Ofelé fa el to mesté (enrico maranzana)

"La scuola ha come scopo di fornire il sapere, che poi si traduce in competenza nella misura in cui è un sapere che ciascuno personalizza" è affermazione che diverge da quanto formula l'art. 2 della legge 53/2003 che afferma: "sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche". Il legislatore assegna alla scuola la responsabilità di organizzare percorsi d'apprendimento per promuovere comportamenti produttivi: le conoscenze sono lo strumento operativo. L'articolo, invece, propone una scuola modellata come un'università, non ne riconosce e ne valorizza il mandato, nega la specificità della professionalità del docente e ne banalizza la funzione. La deresponsabilizzazione delle scuole traspare anche dall'asserzione: "ogni studente è tenuto ad acquisire le proprie conoscenze e a maturare le competenze personali". Per fortuna i nuovi regolamenti non hanno questa impostazione: i paragrafi relativi all'organizzazione dei percorsi indicano, senza ambiguità, che la didattica tradizionale, quella dell'ascolto e della comprensione, è superata. Nasce spontaneo un quesito: com'è possibile che un componente del gruppo tecnico di lavoro del ministro Gelmini non percepisca la natura dei problemi formativi/educativi/di insegnamento di cui si sostanzia l'autonomia della scuola [DPR 275/99]?