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SCUOLA/ Chiosso: meno Stato, più autonomia e più sapere, così cambiano i licei

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 Era prevedibile. Penso anche ad alcune annotazioni critiche circa le difficoltà a esplorare in modo adeguato la letteratura italiana contemporanea o alcune scottanti e delicate vicende della storia più recente. Ma non dobbiamo dimenticare che il Novecento è «il secolo scorso» e che la scuola ha il dovere di esaminarlo criticamente, con la problematicità delle questioni aperte e adottando gli stessi strumenti metodologici impiegati per indagare altri momenti della nostra storia. Anche sul Risorgimento, per fare un solo esempio, c’è un dibattito aperto, ma nessuno si sognerebbe di sostenere che la diversità di interpretazioni è di ostacolo all’insegnamento scolastico.      

 

Le Indicazioni sottendono una precisa idea di liceo. Quale?

 

Per noi il liceo è la scuola che preferenzialmente - ma non esclusivamente - fornisce una cultura di accesso universitario. Abbiamo interpretato quest’idea in senso ampio, perché da un lato ci siamo ricollegati alla storia della tradizione liceale italiana, centrata sul liceo classico, ma dall’altro l’abbiamo innovata, evitando di restarne prigionieri. In caso contrario avremmo detto che il liceo classico è la scuola dell’eccellenza, e che gli altri licei vengono di conseguenza. No: la licealità è una ma declinata in modi diversi. Basta vedere le Indicazioni: italiano, storia, filosofia e lingua straniera sono uguali per tutti i licei.

 

Una delle parole chiave più controverse della riforma è quella delle competenze. Anche lei vi ha fatto cenno all’inizio. Qual è la sua opinione?

 

Penso che questa parola sia ormai abusata. Preferisco partire dal concetto del sapere. La scuola ha come scopo di fornire il sapere, che poi si traduce in competenza nella misura in cui è un sapere che ciascuno personalizza. Non immagino un concetto di competenza oggettivistico, con un’autorità che definisce le competenze per tutti. Lo Stato ha l’obbligo di definire le cose irrinunciabili perché Tizio sia una persona che ragiona con la sua testa. La competenza deve essere una conseguenza del sapere, una rielaborazione e una traduzione personale della capacità di apprendere. Inoltre è una nozione che può presentare dei rischi. E il primo di questi è senz’altro un eccesso di proceduralismo: che facilita forse il lavoro degli insegnanti, ma che rappresenta certamente una delle tante forme dell’anticultura di oggi.

 



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COMMENTI
18/03/2010 - Ofelé fa el to mesté (enrico maranzana)

"La scuola ha come scopo di fornire il sapere, che poi si traduce in competenza nella misura in cui è un sapere che ciascuno personalizza" è affermazione che diverge da quanto formula l'art. 2 della legge 53/2003 che afferma: "sono assicurate a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità, generali e specifiche". Il legislatore assegna alla scuola la responsabilità di organizzare percorsi d'apprendimento per promuovere comportamenti produttivi: le conoscenze sono lo strumento operativo. L'articolo, invece, propone una scuola modellata come un'università, non ne riconosce e ne valorizza il mandato, nega la specificità della professionalità del docente e ne banalizza la funzione. La deresponsabilizzazione delle scuole traspare anche dall'asserzione: "ogni studente è tenuto ad acquisire le proprie conoscenze e a maturare le competenze personali". Per fortuna i nuovi regolamenti non hanno questa impostazione: i paragrafi relativi all'organizzazione dei percorsi indicano, senza ambiguità, che la didattica tradizionale, quella dell'ascolto e della comprensione, è superata. Nasce spontaneo un quesito: com'è possibile che un componente del gruppo tecnico di lavoro del ministro Gelmini non percepisca la natura dei problemi formativi/educativi/di insegnamento di cui si sostanzia l'autonomia della scuola [DPR 275/99]?