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SCUOLA/ Stefanoni (Miur): a che servono le rilevazioni Invalsi se poi le scuole "barano"?

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Non ha molto senso tirare la croce addosso agli insegnanti che avrebbero messo in atto comportamenti “opportunistici” e non preoccuparsi di determinare un consenso convinto nei confronti delle rilevazioni da parte di tutti coloro che a vario titolo sono in esse coinvolti, genitori compresi, creando, attraverso capillari interventi di adeguata informazione, una condivisa consapevolezza che non si tratta di difendere il buon nome di una scuola, ma di utilizzare un’opportunità che viene data alla scuola stessa di fare una necessaria azione di autoanalisi del proprio operato, individuando, attraverso un’attenta riflessione sui risultati correttamente conseguiti nelle prove (ma, prima ancora, sulle metodologie di insegnamento, che devono essere opportunamente ricalibrate in rapporto alle reali esigenze di apprendimento degli alunni), le strategie più efficaci per consentire a ogni alunno di acquisire migliori livelli di abilità e di competenze.

 

Ecco, allora, cosa occorre fare: interrogarsi sul significato dei risultati prodotti dagli alunni, ma non in generale, bensì nel micromondo di ogni singola scuola, di ogni classe; cercare di capire i motivi degli insuccessi, delle carenze, ma anche quali siano i margini per ulteriori miglioramenti possibili, quanto ogni alunno possa ancora dare e come la scuola possa e debba attrezzarsi perché ogni allievo possa esprimere il meglio di sé. Cercare di individuare modalità e percorsi didattici più efficaci, tenendo presenti i quadri di riferimento dell’INValSI (disponibili al momento per italiano e matematica), che non solo sono alla base della costruzione delle rilevazioni, ma che dovrebbero costituire il punto di partenza per ogni seria rivisitazione della didattica, contenendo indicazioni molto puntuali su processi, contenuti e nuclei tematici, fasi, abilità, verifiche.

 

Alla luce dei quadri di riferimento, risulterà funzionale un’analisi dei risultati delle prove fornite da ogni classe, per individuare in quali ambiti si siano manifestate carenze e difficoltà da parte degli alunni; un confronto degli esiti prodotti nelle varie classi di una stessa scuola potrà portare gli insegnanti a scegliere le strategie didattiche più efficaci, gli strumenti più idonei per far acquisire abilità risultanti ancora a livelli non soddisfacenti. E ancora, dal confronto con i risultati conseguiti nelle verifiche di tipo tradizionale potranno scaturire opportune sollecitazioni a capire come la didattica praticata possa favorire o meno l’acquisizione delle abilità - oltre che delle conoscenze - indagate dai test e a cercare le correlazioni che esistono di fatto fra le prove e gli stili di apprendimento degli alunni da una parte e, dall’altra, le scelte metodologiche e anche di contenuti fatte dai docenti.

 

Si tratta di un lavoro certamente non facile, che dovrà portare ad affinare le strategie di gestione dei percorsi formativi, riadattandole, se necessario, all’acquisizione delle abilità individuate dai quadri di riferimento ed esplorate dalle rilevazioni. Ma è l’unico lavoro, riferito alle rilevazioni, che può avere un senso concreto e che può giustificare l’impegno richiesto a tutti coloro che in esse sono coinvolti. Perché è soltanto da un’azione di questo tipo, seriamente e continuamente condotta, che si può realisticamente sperare di ottenere un qualche miglioramento dei livelli di apprendimento e di padronanza delle abilità degli alunni.

Che è poi, come detto, il vero scopo delle rilevazioni, la posta in gioco, non impossibile da vincere, sia pure quasi certamente in tempi non immediati.

 

(Roberto Stefanoni)

  



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COMMENTI
19/03/2010 - Heisenberg, la legge e l'inganno (Guido Merzoni)

L’autore si rassegni. Non si riuscirà mai a costruire un sistema di valutazione della qualità dell’apprendimento che sia nel contempo oggettivo e perfetto. Questa pretesa trascura (prescinde dalla) libertà dell’uomo. Non si tratta di invocare il principio di indeterminazione di Heisenberg, ma di riconoscere che dichiarando ciò che misuro modifico i comportamenti dei soggetti osservati, focalizzandoli su ciò che è rilevato attraverso le misurazioni, che non è affatto detto che sia ciò che voglio incentivare. E’ quello che alcuni studiosi della teoria degli incentivi descrivono con l'espressione “you get what you pay for” (ottieni ciò per cui paghi) e che potremmo altrimenti descrivere in maniera più colorita con il più nostrano “fatta la legge, trovato l’inganno”.

 
19/03/2010 - un problema ben posto (Flavio Dal Corso)

Non capisco il commento precedente, di Enrico Maranzana, quando dice "A cosa servono le rilevazioni Invalsi se l'oggetto misurato ha natura casuale?". Forse che i fenomeni stocastici non si sanno analizzare? E' proprio dalla mancanza di certi comportamenti tipici dei fenomeni stocastici che l'INVALSI può determinare se i test sono stati "tarroccati". Peggio ancora quando dice "l'oggetto della rilevazione Invalsi deriva dalla sommatoria degli effetti del lavoro dei singoli docenti, un tipico coacervo!" La cultura che la scuola trasmette agli allievi è per definizione, potremmo dire, la sommatoria degli effetti del lavoro dei singoli docenti, e nessuno la chiamerebbe un coacervo. Se in una scuola questa sommatoria è scarsa, e lo è per tutti i discenti, allora quella scuola ha un problema, inutile girarci intorno. Certo, i test INVALSI sono valutazioni globali, non individuano il singolo docente scadente, ma possono individuare i punti deboli, quelli su cui la scuola, nel suo complesso, deve impegnarsi. Poi sta ai dirigenti fare il resto. Con tutti i suoi limiti, le valutazioni INVALSI sono uno strumento prezioso. Poi c'è un altro aspetto, che come genitore mi è capitato di dover affrontare: che credibilità ha un insegnante quando dice che copiare è disonesto, e poi suggerisce i risultati dei test INVALSI. I ragazzi lo sanno che quei test servono a valutare la scuola!

 
19/03/2010 - Un problema mal posto (enrico maranzana)

A cosa servono le rilevazioni Invalsi se l'oggetto misurato ha natura casuale? Vediamo perché: le competenze specifiche altro non sono che una sottoclasse delle competenze generali, traguardo che unifica il servizio scolastico e che ne definisce la finalità. In tale contesto sistemico muove la disposizione che impegna le scuole a progettare percorsi formativi, educativi e di insegnamento, norma di cui non c'è traccia nei Pof: il servizio offerto è disarticolato, non coordinato, centrato sulla trasmissione delle conoscenze disciplinari. Ne consegue che l'oggetto della rilevazione Invalsi deriva dalla sommatoria degli effetti del lavoro dei singoli docenti, un tipico coacervo!