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SCUOLA/ Ecco come (e soprattutto, perché) insegnare la grammatica

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Dietro e prima tutto ciò, c’è però, a mio avviso, la questione fondamentale, dalla quale partire per stimolare e motivare i ragazzi all’apprendimento della grammatica: perché vale la pena studiarla? Qual è l’incremento di umanità che se ne trae?

Vale la pena studiare la grammatica se si ha chiaro - e se lo ha chiaro soprattutto il docente - che essa non è un astratto modello autoreferenziale, fatto di categorie, sottocategorie, oggetti dai contorni sfocati, che rendono molto meno chiaro e assai complicato ciò che tutti usiamo in genere con una certa competenza pragmatica. La grammatica ha invece a che fare con la varietà dei mezzi linguistici a disposizione per esprimersi: può e deve portare chi la padroneggia ad incrementare il proprio rapporto con la realtà, nei termini di una maggiore capacità, verbale perché innanzitutto logica, di comprendere e dire se stessi e il mondo.

 

Occorre in altre parole superare la divisione tra “teoria” (il modello grammaticale di riferimento, spesso astratto) e la “pratica”, che, se rimane non consapevole e istintiva, spesso risulta pesantemente errata e non produce crescita nel soggetto. A livello di manualistica scolastica, questa divisione è ben rappresentata dalla realizzazione delle grammatiche in due volumi: l’uno, più corposo, presenta “la grammatica” (le regole) ed il lessico; l’altro, generalmente più snello, fornisce prescrizioni per la realizzazione dei testi, sia verbali che scritti. Il messaggio implicito in questa scelta editoriale è molto chiaro: le regole che presiedono al funzionamento dello strumento lingua non hanno diretta e immediata influenza sulle realizzazioni pratiche degli oggetti linguistici (testi).

 

Oggetto della grammatica, e dunque del suo insegnamento, è invece il discorso, cioè una costruzione linguistica che funziona (coesa), conforme all’esperienza ragionevole delle cose (coerente), riferita ad una realtà condivisa, e portatrice di una intenzionalità. Lo studente deve essere messo in grado di comprendere e realizzare “discorsi” nel senso appena citato. Lo potrà fare se sarà condotto alla consapevolezza, teorica e pratica, che la forma delle parole (la morfologia), è strumento per la realizzazione di un significato (semantica) o di una struttura linguistica (sintassi), e che i nessi tra le parti e le funzioni delle parti rispetto al tutto sono più importanti dei singoli “pezzi” che le realizzano.

 

Il significato, come l’esperienza di cui è traduzione, non è classificabile; esso è però veicolato da elementi linguistici: una grammatica che voglia avere una validità scientifica e didattica non si ridurrà quindi ad una serie di definizioni nelle quali costringere l’infinita varietà del reale (cioè delle sue realizzazioni linguistiche), ma, partendo dall’osservazione dell’esperienza, condurrà alla consapevolezza e padronanza degli strumenti che il significato permettono di esprimere.

  



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COMMENTI
24/03/2010 - Una boccata di aria fresca (Max Bruschi)

Non a caso Serianni è tra gli estensori della bozza delle Indicazioni nazionali... Ma ciò che mi preme sottolineare dell'articolo è la ricerca, da parte dell'autore, di un diverso approccio didattico. Fatti salvi gli obiettivi, ruolo dell'insegnante è cercare le metodologie più proprie per raggiungerli. Complimenti poi per i contenuti, che condivido in pieno.