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SCUOLA/ The Giver: l’utopia dell’educazione perfetta è la tomba della libertà

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Tutto, nel libro (ma non è così a volte anche coi nostri figli?), è in funzione di quello che sarà. L’istante non ha senso se non nella preparazione di un momento a venire che non sarà mai soddisfacente, fino all’uscita di scena che deve essere nascosta, indolore e programmata. Il futuro non esiste perché è già deciso, programmato, asservito a una logica di funzionamento di Comunità senza soggetti, solo esseri assoggettati; un eterno presente, efficiente e regolato. Anche le professioni sono decise da un Comitato, nessuno può scegliere alcunché, né compagno, né compagna, né lavoro, né amicizie. Ma così spariscono dal mondo i colori, nessuno li vede più e tutto diventa grigio. Metafora presente nel testo forse un po’ troppo facile, che tuttavia documenta quella perdita del gusto della vita che ci assale quando ci asserviamo a un puro funzionalismo.

 

Fanno paura i bambini di questo romanzo, così perfetti ed educati; hanno però il pregio di far emergere una strana inquietudine che segnala quanto l’utopia non sia così lontana da noi, anzi come sia, seppur a brandelli e disorganizzata, già presente nei nostri pensieri. Individui ingannati e smarriti dentro una massa omogenea, in cui tutto si gioca extra-rapporto in una placida cortesia di facciata. Senza risposte perché senza domande.

 

Utopica anche la soluzione scelta dalla Comunità relativamente alle memorie e ai mali dell’umanità. Tutto il male del mondo deve ricadere sulle spalle di un uomo solo, l’Accoglitore di Memorie, ciò per cui Jonas è il prescelto. Eppure questa soluzione non ha nulla di salvifico e le sue conseguenze, sociali e individuali, descritte nel romanzo non lasciano dubbi. Segno evidente che il male non può essere estirpato, può solo essere redento.

 

 



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