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SCUOLA/ Il caso dei bambini di Novara: così si è sporcata la vocazione di noi insegnanti

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Invece di avvertire il suo disagio come un segnale per me perchè magari escogiti in quel momento altre strategie o strumenti o parole o atteggiamenti per risolvere il problema della sua attenzione – oppure semplicemente fissi una pausa -, mi fisso sullo schema che ho così pazientemente preparato e mi ostino sulla mia strada esasperando qualche volta l’alunno e me stesso. Invece è così semplice essere realisti. C’è un bisogno, c’è un disagio… che cosa si può fare? Si può intervenire? Io sono qui per te. Mi interessi tu. Adesso.

 

Trovare una nuova soluzione, rinunciare a uno schema prestabilito, chinarsi sui bisogni dei nostri alunni, anche questo fa parte del nostro lavoro. La bidella che tra i suoi compiti ha anche quello di pulire i servizi e che ovviamente non si aspetta che un bambino imbratti – suo malgrado, poverino – il pavimento, non può fare altro che … pulire, cioè fare il suo lavoro anche se … fuori dal seminato. Certo, non è piacevole, anzi, appunto, è disagevole, ma necessario, realistico.

 

Le insegnanti, invece di accondiscendere ad un anacronistico e umiliante controllo igienico della classe, avrebbero potuto più semplicemente o realisticamente – che è la stessa cosa - prendersi carico di quel disagio del bambino, anche se non è contemplato nel “mansionario” dell’insegnante. Come in tutte le cose, prima di ogni schema, viene la realtà.

 

(Tiziano Viganò - insegnante)



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