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UNIVERSITA'/ Tre esempi per mostrare i rischi di una riforma che fa fuori l'autonomia

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Il modello organizzativo di riferimento sembra essere quello anglo-sassone, nel quale le facoltà sono più un ambito di coordinamento generale che un soggetto dotato di autonomo potere decisionale. Senza entrare qui nel merito di pregi e difetti dei diversi modelli organizzativi, credo sarebbe di gran lunga preferibile lasciare alla comunità accademica di ogni singolo ateneo la decisione circa il modello che ritiene più idoneo al perseguimento delle proprie finalità.


Certo, concedere autonomia fa correre dei rischi e l’Università non sempre ha dato prova di virtù. Ma riconoscere tali rischi non può, anzi non deve, condurre a rinunciare, di fatto anche se si afferma il contrario, all’autonomia.


Non credo che l’Università italiana sia in condizioni talmente disastrate da richiedere un commissariamento. Ma, se lo fosse, è bene chiarire che mettere l’Università alle dipendenze di soggetti esterni e toglierle la facoltà di autogoverno significa intaccarne l’essenza.


Anticipo già le obiezioni di chi dirà: “ma in quest’ottica l’Università è autoreferenziale”. Verrebbe da dire: “Sì, l’Università è in larga misura autoreferenziale e non può essere altrimenti!”. Più prosaicamente, se si vuole cercare di correggere le distorsioni ed evitare gli abusi è preferibile accelerare sulla strada dell’autogoverno e non ridurne gli spazi: una reale autonomia anche finanziaria, sul fronte delle uscite e delle entrate (comprese le tasse universitarie), consentirebbe poi di valutare dai frutti come il potere discrezionale è stato usato. Come alternativa al controllo invasivo statalista e in una linea effettivamente sussidiaria che rispetta il ruolo delle comunità. Anche di quelle accademiche.



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