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SCUOLA/ La "vera" riforma non sono le Indicazioni, ma la riscoperta del piacere di imparare

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Come sia possibile tenere conto del fine e della domanda sintetica da cui nasce ogni materia scolastica è compito impegnativo che non può essere demandato solo ai singoli insegnanti. Impegna almeno l’università (che però, da sempre, dà piuttosto accesso a problemi analitici), le associazioni disciplinari e professionali, chi è preposto alla formazione in servizio degli insegnanti.

 

Nella nostra scuola si ragiona ancora per elenco di apprendimenti, la ricorsività è spesso intesa come la ripetizione, prima le cose si presentano in pillole (a volte con banalizzazioni che rasentano l’errore), poi in modo più “scientifico”, ripetendo ciclo dopo ciclo gli stessi contenuti senza misurarsi con le possibilità cognitive degli studenti. Anticipare certi approcci nella scuola primaria può essere altamente nocivo ( il piccolo storico o il piccolo geografo), non fare memorizzare in modo automatico alcuni meccanismi al momento giusto (tempi dei verbi, tabelline) entro gli 11 anni può danneggiare la padronanza della lingua italiana o della matematica per tutta la vita. Capire la funzione del pronome relativo è molto più difficile che capire i pronomi personali, cogliere la funzione dell’avverbio è più complesso che capire il valore della preposizione, la subordinata concessiva è logicamente più impegnativa della temporale. Che cosa rende certi contenuti più complessi di altri? In che ordine è più funzionale presentarli? Quali sono i passi da fare? Sono domande a cui è necessario rispondere.

 

Il problema della crescita attraverso i contenuti è fondamentale per una vera riorganizzazione del sapere in funzione di competenze. Ciò non significa affatto ridurre le conoscenze a mezzi per il raggiungimento di fini “sociali”, come vogliono alcuni, i quali utilizzerebbero volentieri criteri estrinseci alle conoscenze per selezionarle. La conoscenza è già di per sé attività sommamente umana e portatrice di competenze. Ma non significa nemmeno che il passaggio da ciò che viene detto nelle Indicazioni a quanto viene fatto nelle classi perché i ragazzi crescano e possano arrivare a quanto indicato nel profilo in uscita, sia automatico. Questa famosa “crescita” deve essere messa a tema come punto di lavoro, a cominciare dagli insegnanti che hanno la responsabilità di una classe: nulla di meno scontato.

 

A me pare perciò che ogni diatriba (conoscenze-competenze, datato-moderno, cosa c’è-cosa manca) risulti poco fruttuosa se non ci si accorge di che cosa è implicato nell’impostazione delle Indicazioni per i nuovi licei: la funzione stessa della conoscenza e lo scopo della scuola. Il lavoro da fare è ancora molto e richiede ampie e generose collaborazioni.

 

 



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COMMENTI
13/04/2010 - AMORE, misconosciuto principio dell'APPRENDIMENTO. (Claudio Cavalieri d'Oro)

Se "SO DI NON SAPERE" è alla base della conoscenza, HO VOGLIA DI IMPARARE è alla base dell'apprendimento. Nessun docente scolastico potrà mai illudersi di trasferire sufficiente "conoscenza" ai propri allievi... semplicemente perchè non ha abbastanza tempo per farlo, altrimenti... a cosa dovrebbero servire i libri scolastici, dalle Elementari all'Università? Il vero "MAESTRO" è colui che sa risvegliare negli allievi l'AMORE per la materia che egli stesso insegna, e con ciò la MOTIVAZIONE a studiare, ad apprendere, ad approfondire. Questo significa che prima di tutto un docente DEVE essere un entusiasta della propria materia, per poter poi trasferire questo suo ENTUSIASMO agli allievi; ma deve anche essere capace di COMUNICARE e trasferire con EFFICACIA questo entusiasmo, e così risvegliare nell'allievo l'AMORE per l'apprendimento. Cosa fa in concreto la Scuola italiana per SELEZIONARE docenti efficaci? Cosa fa per FORMARLI garantendo il loro ENTUSIASMO e la loro EFFICACIA? Dopo aver sviluppato una carriera manageriale, da 25 anni mi occupo di "Gestione Strategica del Cambiamento" e sono docente di "MOTIVAZIONE dei comportamenti organizzativi", per le aziende pubbliche e private, nella Sanità, in Convegni e Università che mi invitano con una certa regolarità, e mi rammarico nel vedere una Scuola italiana rivolta sempre a "istruire" i propri allievi e quasi mai a FORMARE e MOTIVARE i propri insegnanti, affinchè questi siano non più semplici "docenti" bensì veri EDUCATORI.

 
13/04/2010 - Le indicazioni sono uno strumento di comunicazione (enrico maranzana)

Due sottolineature dell'articolista definiscono il campo del problema, definizione importante per superare il confronto improduttivo di posizioni dotte. L'accorato grido di Roberto Pellegatta, levato in risposta allo scritto di Giorgio Israel, non deve rimanere "voce che grida nel deserto". La progressione delle scelte compiute dalla commissione è il primo riferimento importante: il profilo di fine percorso vincola e unifica gli assetti disciplinari. Da qui nasce l'alzata di scudi: le indicazioni nazionali non appaiono coerenti, anzi sono contraddittorie con i vincoli posti nelle fasi elaborative precedenti. Fatto di estrema gravità in quanto questo documento rappresenta il riferimento portante sia dell'attività docente, sia per gli autori dei libri di testo. Questa carenza è focalizzata anche dall’articolista quando afferma l'esigenza di "tenere conto del fine e della domanda sintetica da cui nasce ogni materia scolastica", questione che fa eco al testo del Dpr che asserisce la necessità di valorizzare "i metodi d'indagine propri delle varie discipline" per perseguire il fine istituzionale. Proposizione che sancisce il superamento della statica e stantia concezione di materia di insegnamento, intesa come elencazione di argomenti, per dilatarla ai problemi e ai metodi che hanno segnato lo sviluppo delle discipline di cui si sostanzia.