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SCUOLA/ Il poco spazio riservato alle tecnologie è la spia che qualcosa non va...

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Non si tratta insomma di aggiungere al curriculum l’ultima scoperta scientifica in ordine di tempo o le nuove opere dell’ingegno letterario o artistico né, tanto meno, di attualizzare con la cronaca recente la storia lontana: quello che cambia è la società e con essa la scuola, e i curricola di questo devono tener conto. La priorità non è dare più istruzione (il riempimento del secchio di cui parla Yeats), ma far sì che gli allievi ricevano l’istruzione giusta (quella, appunto, che serve per accendere un fuoco).


Come bene ha detto il professor Bolondi nella discussione che si è sviluppata in queste settimane sulle Indicazioni nazionali, sia Platone che Sant’Ignazio che Luigi Cremona hanno, a secoli di distanza, ragionato su Euclide in modo analogo (diciamo che lo avrebbero considerato parte essenziale del curriculum!), ma gli obiettivi di apprendimento che avevano in mente erano molti differenti.


Il punto è proprio questo: da una parte chi ritiene che vi sia un “magazzino ben fornito di notizie” al quale i dispensatori del sapere si riforniscono e dall’altra chi ritiene che il sapere si costruisce nel percorso di insegnamento/apprendimento; ieri per pochi, oggi (anche grazie alla tecnologia e allo sviluppo della ricerca didattica) per tanti. A condizione, come dice anche Bolondi, che si presti attenzione alla diversità degli obiettivi di apprendimento: fra un tempo e l’altro, ma anche fra una persona e l’altra.

 

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COMMENTI
18/04/2010 - una sottolineatura (vittorio campione)

Per troppo tempo si è accettato che il processo di apprendimento consistesse nell'imparare a mettere in ordine quello che ci viene trasmesso da chi insegna. Quindi capire per poter apprendere. Quindi il pensiero, attività della mente governante, come attività superiore. Peccato che non sia così: la conoscenza è il prodotto di una costruzione attiva da parte del soggetto; è strettamente collegata alla situazione concreta in cui avviene l’apprendimento; nasce dalla collaborazione sociale e dalla comunicazione interpersonale. In qualche modo "capire" è successivo ad "apprendere" e non il suo presupposto. Insomma sono d'accordo con Maranzana. Con Pauletto condivido totalmente l'idea che occorre "andare oltre" ogni semplificazione sociologica o peggio ideologica. Sarebbe interessante ragionare su come si influenzano reciprocamente (e fin dai primi anni) le diverse risorse che Pauletto ricomprende nel doppio equipaggiamento di cui parla. Forse si potrebbe immaginare di accompagnare la prima applicazione delle Indicazioni nazionali con una discussione generale su come lo sviluppo (tecnologico, ma anche civile, sociale, culturale, etc.) degli ultimi due o tre decenni può diventare contenuto e strumento dei percorsi di apprendimento nelle nostre scuole. E ovviamente non nel senso di aggiungere qualche paragrafo al sempre incombente elenco dei "contenuti insopprimibili" nella cui compilazione i disciplinaristi sono maestri.

 
16/04/2010 - Società digitale e Scuola (Daniele Prof Pauletto)

Due appunti: SUPERARE la scissione tra competenze tecnologiche/mediali (spesso non riconosciute) e le competenze scolastiche /incompetenze scolastiche, .... secondo Guy Le Boterf la competenza è saper agire in modo pertinente in un contesto particolare, scegliendo e mobilitando un doppio equipaggiamento di risorse: risorse personali (conoscenze, saper fare, qualità, cultura, risorse emozionali…) e risorse di rete (banche dati, reti documentali, reti di esperti…)... un passaggio dalla "literacy" alla "electracy" (competenza utile a sviluppare al meglio il potenziale comunicativo dei media digitali e di rete, appunto) riqualificando, e non sostituendo la capacità d’uso della lingua scritta e di quella orale, la literacy appunto ... ...secondo Laurent Lafforgue "da trent’anni il discorso sociale sulla scuola consiste nel dire che i figli dei privilegiati se la caveranno sempre e che i figli degli ambienti sfavoriti mai, che non c’è dunque bisogno di fare qualcosa per i buoni allievi, obbligatoriamente privilegiati, e che bisogna dare tutto ai cattivi allievi, obbligatoriamente vittime di fronte alle quali la scuola resterà sempre colpevole. La nozione di grande cultura è stata considerata come un perverso mezzo di dominazione di certe classi sociali - aristocratici o borghesi - sulle altre, o di certi popoli sugli altri..." forse è il tempo di ANDARE OLTRE

 
16/04/2010 - Dal sintomo alla diagnosi (enrico maranzana)

Il lavoro di Marshall McLuhan è uno dei capisaldi su cui poggiano le indagini sulla comunicazione sociale. Egli ha studiato le trasformazioni indotte dagli strumenti del comunicare, evidenziando come loro, indipendentemente dal modo in cui sono usati, inducano cambiamenti. Famosa la sua asserzione: "Il mezzo è il messaggio". Le teorie di McLuhan mettono in pieno risalto le conseguenze derivanti dal ruolo di cenerentola che le indicazioni nazionali riservano alle nuove tecnologie dell'informazione. Lo studente che interagisce con la strumentazione informatica è protagonista, "organizzare il proprio pensiero, collega e distingue al tempo stesso". In questa direzione muove il DPR di riforma che richiama la necessità di privilegiare la didattica di laboratorio e di valorizzare "la pratica dei metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari" e "l'uso degli strumenti multimediali a supporto dello studio e della ricerca". Piattaforma clamorosamente contraddetta delle indicazioni nazionali che stravolgono il significato di apprendimento facendolo corrispondere alla personalizzazione/rielaborazione della conoscenza che i docenti dispensano: gli estensori delle indicazioni nazionali non hanno applicato il Top-Down.