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SCUOLA/ Il poco spazio riservato alle tecnologie è la spia che qualcosa non va...

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 Quindi, forse, sarebbe stato meglio che il primo punto di un ideale profilo culturale, educativo e professionale dei Licei fosse l’affermazione della necessità di un nuovo ambiente di apprendimento, adatto a facilitare la relazione fra le conoscenze possedute dai diversi attori (docenti e allievi), la loro verifica e, soprattutto, a valorizzare la funzione di quegli straordinari professionisti che sono i docenti, a partire dalla consapevolezza che la scuola è sempre meno il luogo dove si apprende e sempre più il luogo capace di dare significato a quanto si è appreso altrove.


Non credo che occorra chiarire che questa funzione è molto più complessa, difficile e impegnativa (ma anche più esaltante!) di quella di ospitare “lo studio delle discipline in una prospettiva sistematica, storica e critica” oppure “l’esercizio di lettura, analisi, traduzione di testi letterari, filosofici, storici, scientifici, saggistici e di interpretazione di opere d’arte”. Il rinnovamento dei processi di apprendimento (e cosa dovrebbero essere i nuovi Regolamenti se non questo?) deve basarsi sul dialogo e l’interazione costante fra i soggetti, in ambienti in cui coloro che apprendono possono lavorare aiutandosi reciprocamente e avvalendosi di una varietà di strumenti e risorse.


La domanda, però, è: a che serve tutto ciò? Ed è sulla risposta che sarebbe interessante e positivo confrontarsi. Intanto si potrebbe cominciare col dire che serve a legare e connettere le conoscenze, ad organizzare il proprio pensiero, a collegare e distinguere al tempo stesso; anche perché, mi sembra, è il solo modo per garantire non solo che “nessuno resti escluso”, ma soprattutto che “ognuno venga valorizzato”.

 


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COMMENTI
18/04/2010 - una sottolineatura (vittorio campione)

Per troppo tempo si è accettato che il processo di apprendimento consistesse nell'imparare a mettere in ordine quello che ci viene trasmesso da chi insegna. Quindi capire per poter apprendere. Quindi il pensiero, attività della mente governante, come attività superiore. Peccato che non sia così: la conoscenza è il prodotto di una costruzione attiva da parte del soggetto; è strettamente collegata alla situazione concreta in cui avviene l’apprendimento; nasce dalla collaborazione sociale e dalla comunicazione interpersonale. In qualche modo "capire" è successivo ad "apprendere" e non il suo presupposto. Insomma sono d'accordo con Maranzana. Con Pauletto condivido totalmente l'idea che occorre "andare oltre" ogni semplificazione sociologica o peggio ideologica. Sarebbe interessante ragionare su come si influenzano reciprocamente (e fin dai primi anni) le diverse risorse che Pauletto ricomprende nel doppio equipaggiamento di cui parla. Forse si potrebbe immaginare di accompagnare la prima applicazione delle Indicazioni nazionali con una discussione generale su come lo sviluppo (tecnologico, ma anche civile, sociale, culturale, etc.) degli ultimi due o tre decenni può diventare contenuto e strumento dei percorsi di apprendimento nelle nostre scuole. E ovviamente non nel senso di aggiungere qualche paragrafo al sempre incombente elenco dei "contenuti insopprimibili" nella cui compilazione i disciplinaristi sono maestri.

 
16/04/2010 - Società digitale e Scuola (Daniele Prof Pauletto)

Due appunti: SUPERARE la scissione tra competenze tecnologiche/mediali (spesso non riconosciute) e le competenze scolastiche /incompetenze scolastiche, .... secondo Guy Le Boterf la competenza è saper agire in modo pertinente in un contesto particolare, scegliendo e mobilitando un doppio equipaggiamento di risorse: risorse personali (conoscenze, saper fare, qualità, cultura, risorse emozionali…) e risorse di rete (banche dati, reti documentali, reti di esperti…)... un passaggio dalla "literacy" alla "electracy" (competenza utile a sviluppare al meglio il potenziale comunicativo dei media digitali e di rete, appunto) riqualificando, e non sostituendo la capacità d’uso della lingua scritta e di quella orale, la literacy appunto ... ...secondo Laurent Lafforgue "da trent’anni il discorso sociale sulla scuola consiste nel dire che i figli dei privilegiati se la caveranno sempre e che i figli degli ambienti sfavoriti mai, che non c’è dunque bisogno di fare qualcosa per i buoni allievi, obbligatoriamente privilegiati, e che bisogna dare tutto ai cattivi allievi, obbligatoriamente vittime di fronte alle quali la scuola resterà sempre colpevole. La nozione di grande cultura è stata considerata come un perverso mezzo di dominazione di certe classi sociali - aristocratici o borghesi - sulle altre, o di certi popoli sugli altri..." forse è il tempo di ANDARE OLTRE

 
16/04/2010 - Dal sintomo alla diagnosi (enrico maranzana)

Il lavoro di Marshall McLuhan è uno dei capisaldi su cui poggiano le indagini sulla comunicazione sociale. Egli ha studiato le trasformazioni indotte dagli strumenti del comunicare, evidenziando come loro, indipendentemente dal modo in cui sono usati, inducano cambiamenti. Famosa la sua asserzione: "Il mezzo è il messaggio". Le teorie di McLuhan mettono in pieno risalto le conseguenze derivanti dal ruolo di cenerentola che le indicazioni nazionali riservano alle nuove tecnologie dell'informazione. Lo studente che interagisce con la strumentazione informatica è protagonista, "organizzare il proprio pensiero, collega e distingue al tempo stesso". In questa direzione muove il DPR di riforma che richiama la necessità di privilegiare la didattica di laboratorio e di valorizzare "la pratica dei metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari" e "l'uso degli strumenti multimediali a supporto dello studio e della ricerca". Piattaforma clamorosamente contraddetta delle indicazioni nazionali che stravolgono il significato di apprendimento facendolo corrispondere alla personalizzazione/rielaborazione della conoscenza che i docenti dispensano: gli estensori delle indicazioni nazionali non hanno applicato il Top-Down.