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SCUOLA/ Aprea: 5 mosse per mandare in soffitta la vecchia scuola

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2. La seconda incognita è il divario generazionale. L’approccio dei “nativi digitali” è più reticolare che lineare. Le loro riflessioni si sviluppano spesso in collisione con quelle della formazione tradizionale, ancora incapace di transitare dall’insegnamento alla centralità dello studente (in questo, l’approccio per competenze personali aiuterebbe non poco). Dello studio, i giovani afferrano sempre meno il fine e la scuola fa fatica a coinvolgerli in progetti, personali o condivisi, di lungo termine.

Viceversa, la scuola dovrebbe aprire la mente ai metodi di soluzione dei problemi. Così facendo, si dovrebbe affievolire l’importanza delle aree tradizionali di apprendimentoper lasciare spazio all’esercizio di abilità interdisciplinari che arricchiscano le capacità comunicative della persona, facilitate dall’uso di blog, podcast, wikipedia e twitter, come avviene nei nuovi curricula delle scuole elementari inglesi. A scuola, come nella vita quotidiana, vanno utilizzate le straordinarie potenzialità di Internet in tutte le sue forme, anche perché quasi non ci ricordiamo più com’era il mondo “prima di Google”.

 

3. Terza incognita: la morfologia delle competenze. La misurazione delle conoscenze e delle abilità è oggettiva. Tale oggettività di misura non può tuttavia valere per le competenze personali, quelle più pregiate, che portano all’innovazione: la competenza di Picasso non si confronta con quella di Michelangelo in una scala commensurabile.

Peraltro, la strada delle competenze personali è contagiosa: esige che l’intera comunità scolastica e sociale si faccia carico dell’eccellenza e dell’esemplarità perché, viceversa, non potrà mai esigere queste qualità dagli studenti. Da questo punto di vista la strada delle competenze personali è anche quella che aiuta a risolvere l’emergenza educativa di cui tanto e a ragione si parla.

 

4. Quarta incognita: professionalità dei docenti. Chi opererà i mutamenti che il cambio di paradigma delle competenze comporta? Qualsiasi riforma può infrangersi sullo scoglio dell’intermittenza dell’insegnamento, quando per i motivi più vari ogni anno un docente su quattro non assicura continuità alla stessa scuola. E ancora, chi opererà questo mutamento epocale, soprattutto se ad insegnare è una classe docente “anziana” (l’età media dei docenti italiani supera i 50 anni, 40 anni per i neoassunti) priva di stimoli istituzionali per crescere e per migliorarsi, acquisendo competenze personali sempre più alte e riconosciute?

 

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COMMENTI
24/04/2010 - Risposta al Professor Zanniello (daniela rolfi)

Egregio Prof. Giuseppe Zanniello, come fa ad affermare che è giusto che i docenti vengano valutati dai genitori? E' facile poter valutare il lavoro del medico quando, genitore presente, si può "vedere con i propri occhi". Oggigiorno, siamo nelle mani dei genitori che credono ai propri figli e non agli insegnanti! Spesso i docenti si trovano improvvissamente in classe genitori che protestano sul perchè il proprio figlio e stato valutato in modo insufficiente quando loro conoscono le reali capacità dei figli, quando il poveretto ha trascorso l'intero pomeriggio sui libri (caso mai era nella sua stanza e sotto il libri aveva il Nintendo). In questo caso, il docente è un incapace è va licenziato. Proprio il mese scorso, dopo aver convocato i genitori di un alunno particolarmente irrequieto e disturbatore, mi sono sentita dire dal padre: "cosa ci vuol fare, ci sono ragazzi che nascono figli di buona mamma e ragazzi che dormono con la zizza in bocca"! E io dovrei essere valutata da un simil genitore che, caso mai, poichè mi sono lamentata del figlio, mi valuta negativamente? E quanti genitori incapaci ci sono? Credo che ad essere valutati, dovrebbero essere prima i genitori incapaci di educare i propri figli, e poi i docenti che ogni giorni cercano di svolgere al meglio il loro lavoro. Non nego che esistano docenti che scaldano la cattedra, ma questo non basta per valutare tutta la categoria e soprattutto, è impensabile che a valutarli, possano essere i genitori.

 
23/04/2010 - commento (giuseppe zanniello)

Condivido le proposte dell'on. Aprea. Intervengo su uno dei cinque punti: il riconoscimento del merito con connessa “premialità” degli insegnanti migliori. Si tratta di un’inversione radicale di rotta che troverà forti resistenze nelle forze sindacali che conducono una battaglia di retroguardia basata sul livellamento delle retribuzioni e sulla distribuzione “a pioggia” delle risorse disponibili. La strategia vincente prevede, secondo me, il coinvolgimento dei genitori degli alunni nella valutazione degli insegnanti. Il diritto primario dell’educazione spetta ai genitori, che affidano agli insegnanti di loro fiducia la formazione culturale dei propri figli. Hanno o no il diritto di esprimersi sul valore professionale degli insegnanti così come si esprimono sulla professionalità del medico che si prende cura della salute dei loro figli? Senza essere medico o insegnante, dopo un po’ di tempo un genitore è capace di valutare gli esiti del lavoro del medico o dell’insegnante sul proprio figlio. Un’azione di politica scolastica di così ampio respiro, come è quella presentata nell’articolo, richiede pertanto il coinvolgimento delle associazioni dei genitori che sono in grado di contrastare le prevedibili spinte corporativistiche della parte meno qualificata, ma purtroppo più rumorosa, del corpo docente. (Giuseppe Zanniello, Professore ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale dell’Università di Palermo)

 
22/04/2010 - Scuola e mondo del lavoro (Elena Vaj)

Davvero apprezzabile l’intervento in cui l’On. Aprea ripropone gli elementi essenziali del dibattito che negli ultimi anni ha coinvolto la scuola. Ne voglio sottolineare uno in particolare: l’integrazione tra scuola e mercato del lavoro. Se siamo d’accordo sul fatto che percorsi separati, paralleli piuttosto che decisamente divergenti, non possano essere funzionali alla promozione di quella “crescita intelligente” che l’Europa indica come priorità per il 2020, il problema diventa capire su quali fattori è davvero possibile costruirla. Analizzare i due sistemi per cercare quali elementi li accomunano e trovare le convergenze? Oppure partire dallo studente, e lo scrivo al singolare perché intendo proprio la singola persona, unica e irripetibile con le sue potenzialità e la sua specificità? È d’altronde proprio lui il solo vero elemento che accomuna i due sistemi, solo lui può essere o non essere in grado di portare a termine con successo un compito affidatogli e non c’è differenza se il compito è stato assegnato a scuola o al lavoro. Come non condividere ciò che l’On. Aprea sottolinea scrivendo che “bisogna puntare sulla promozione delle “competenze personali” di ognuno”, sostanziate dalle conoscenze e dalle abilità, indifferenti alla diversità delle velocità con cui si muovono scuola e mondo del lavoro, costruite anche con tutto il sapere che il lavoro possiede?

 
22/04/2010 - competenze personali! (Domenica Giuliana Sandrone)

Ecco perché era entusiasmante (nonostante il livore ideologico che ci veniva rovesciato addosso) lavorare con Valentina Aprea quando era sottosegretario del ministro Moratti: perché quando parla di scuola lo fa con intenzionalità, chiarezza, contezza e quando mette in guardia dal pericolo del "sapere morto, senza senso per la vita" ti dà l’idea di averlo spesso visto, questo tipo di sapere e di non volerlo davvero. Sulla questione "competenza" Valentina va sicura e l’abbina, senza incertezze, all’aggettivo "personale", distinguendola morfologicamente dalle conoscenze e dalle abilità e ristabilendo senza mezzi termini il rapporto fine-mezzi a lungo studiato, limato, perseguito in tutta la legge 53, senza mai avere il dubbio, neppure per un attimo, che le conoscenze disciplinari non fossero lo strumento indispensabile per favorire un apprendimento unitario, significativo per la vita, dentro e fuori la scuola, dei ragazzi. Come non vedere che per questa operazione gli insegnanti sono strategici e devono essere ben preparati, solidi nelle tante competenze professionali loro necessarie, a partire da quella disciplinare che li rende abili (abilitati, appunto) ad insegnare? Perché, allora, un quasi concluso Dlgs ex art. 5 della L 53 è stato buttato al macero, quando diceva ed organizzava esattamente questo?

 
21/04/2010 - insegnanti spinti dalla meraviglia di Hadjadj (Antonio Servadio)

Tanti apprezzabilissimi argomenti. Poi guardo certi libri di testo, vi trovo nozioni superate, semplificazioni eccessive ma infarcite di mille dettagli. Penso che il dogmatismo degli adulti venga innaffiato sui banchi di scuola, a partire dalle elementari, dove si riempiono due pagine per scrivere qualcosa che starebbe bene in mezza pagina, ma lo si fa così tanto per bene. Penso anche al ciclo di trasferimento del sapere, lunghissimo, esso si interpone tra le sorgenti del sapere (la ricerca storica, scientifica) e i professori. Non basta discutere di pedagogia, di didattica e di riforme della scuola. Anzi se ne discute troppo tecnicamente. Servono prima di tutto quella freschezza e quel sapersi meravigliare di fronte alle materie senza i quali il metodo serve a poco. La formazione dell'insegnante dovrebbe essere continua ma non limitata alla didattica.

 
21/04/2010 - non sempre il nuovo (emilio molinari)

Il vantaggio dell'intervento sta nella chiarezza, ma mi preoccupa il ragionamento "quarta incognita". In attesa delle mirabolanti generazioni di nuovi docenti, perchè non preoccuparsi di introdurre finalmente un sistema di aggiornamento e valutazione credibili su tutti quelli in servizio, di garantire stabiltà con contratti almeno quinquennali... Siamo poi davvero convinti che tutti i "vecchi" siano da rottamare? In altre nazioni al termine della carriera si offrono occasioni nel ruolo di tutor proprio per la formazione dei "nuovi": se l'acquisizione delle TIC si può ottenere anche con dei corsi intensivi, ben diverso è il discorso relativo alla formazione sul campo, in classe, qui i docenti "esperti" opportunamente individuati e coinvolti qualcosa avrebbero da dire. Per quanto riguarda gli studenti è vero che sono giustamente interessati all'utilità di quel che apprendono, immersi nel presente multimediale... ma credo (me lo dice l'esperienza di "vecchio docente" di lettere rottamato ma capace da anni di lavorare con le TIC) che la scuola debba essere anche il luogo in cui si dà ragione del "tempo" speso nell'apprendere, con un sistema di valutazione condivisa e trasparente, si dà spazio ad una esperienza formativa personalissima, luogo in cui si scopre che l'impegno ad acquisire conoscenze e competenze rimanda alla responsabilità, al senso di sè nel proprio abitare il mondo. Oltre alle tecniche c'è un forte bisogno di etica nella professione... o erra il pensier mio?

 
21/04/2010 - Una scuola capace di anticipare il domani (Daniele Prof Pauletto)

Una scuola capace di anticipare il domani e non solo di insegnare l’oggi. Ottimo contributo, lungimirante e puntale. "Europa 2020 ...crescita intelligente basata su un’economia della conoscenza e dell’innovazione" (ciò significa migliorare la qualità dell'istruzione, potenziare la ricerca, promuovere l'innovazione e il trasferimento delle conoscenze, utilizzare in modo ottimale le tecnologie dell'informazione e della comunicazione e fare in modo che le idee innovative si trasformino in nuovi prodotti e servizi tali da stimolare la crescita). MA la nostra scuola è pronta alla libera circolazione della conoscenza e del talento? E' pronta allo sviluppo delle competenze generative orientate alla creatività e all’innovazione? "Il pericolo è trasmettere a scuola un sapere "morto",senza senso per la vita". Di "digital divide" tra nativi digitali e immigrati digitali si parlava gia nel 2006 (l'uso dei blog, wiki, videoblog, dei tag, di strumenti mash up, o tecnologie Ajax, Social Network, sono i nuovi "libri", matite, penne, righelli, compassi, forbici e colla per la Scuola)... "professionalità dei docenti... attrezzata a colmare il suo divario digitale" (visti ormai dai giovani nativi alcuni come immigrati digitali). "Il futuro, richiede anche una valorizzazione delle comunità educanti" comunità organizzate in rete, network territoriali di scuole.

 
21/04/2010 - Altre conseguenze (Fabio Milito Pagliara)

Dalle premesse delineate non necessariamente la strada da percorrere è quella indicata da V. Aprea. Le economie emergenti (Cina, India, Giappone, Corea ecc.) citate hanno sistemi scolastici basati su un esteso tempo scuola (sia in termini di ore che di giorni di scuola) che un approccio più tradizionale all'insegnamento. Quello che dovrebbero fare i paesi europei ed in particolare l'Italia piuttosto che fantasiose fughe in avanti verso un sistema ancora più spezzettato e incontrollabile dovrebbe essere di garantire un tempo scuola esteso. Non si capisce a che pro avere una scuola che fa le stesse cose che si fanno fuori dalla scuola piuttosto che una scuola che abitui all'idea che alcuni risultati si raggiungono solo con un impegno continuo. Dunque garantire edifici scolastici in tutto il paese, uniformare ulteriormente i percorsi di studi basilari (a quando un discorso sui saperi base?) e lasciare all'autonomia la possibilità di approfondire una materia piuttosto che portare a termine uno stage.

 
21/04/2010 - Una riflessione che arriva fuori tempo massimo (enrico maranzana)

Le argomentazioni svolte avrebbero avuto un senso se il C.D.M. il 4/2 non avesse definito nei profili professionali i traguardi formativi/educativi/dell'insegnamento. Leggiamo le nuove norme alla luce delle incognite indicate nell’articolo. 2) L'inadeguata risposta ai problemi posti dalle nuove tecnologie è descritta nel commento allo scritto di V.Campione del 16/4-dal sintomo alla diagnosi. 3) La misurazione delle competenze apre un drammatico quadro, da sempre occultato: i Decreti Delegati del 74 hanno dato mandato ai collegi docenti di "valutare periodicamente l'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli OBIETTIVI PROGRAMMATI". Perché il ministero ha sempre tollerato le omissioni e le elusioni che i POF rendono evidenti? [Cfr sul forum la stampa - Brunetta Gelmini onorate il mandato ricevuto 28/3/09] 4) I regolamenti del governo del 4/2, in merito alla professionalità dei docenti, forniscono precise indicazioni - si veda il commento all'articolo di P. Ferratini del 20/4 -Verso una nuova definizione di funzione docente. 5) Anche per quanto riguarda l'organizzazione vale quanto già affermato: nessuno applica la legge. Rimando a - Il caso di Lecco, quando l’autonomia è a portata di mano - apparso su questo giornale il 23/2/10 per un esempio di un servizio scolastico strutturato in conformità della legge. Chiudo ricordando che far derivare tutti i mali della scuola dal '68 è una semplificazione irrazionale.