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SCUOLA/ 1. Anche i licei devono diventare "laboratori" del sapere

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Sotto questo profilo le Indicazioni nazionali, oggi per i licei, domani per l’istruzione tecnica, dopodomani per l’istruzione professionale potranno davvero rappresentare un fondamentale strumento di orientamento per scelte consapevoli e informate. Paradossalmente, ma non troppo, nel redigerle si dovrebbe tener conto della necessità di evitare sia le formulazioni ambigue, sia il ricorso a termini troppo tecnici e/o iniziatici con l’aggravante di minuziosi elenchi di traguardi intermedi che appartengono, quelli sì, alla competenza dei docenti per essere chiaramente leggibili e comprensibili da parte degli studenti chiamati a valutare la propria disponibilità ad occuparsi fattivamente per anni ed anni di ciò che il menù prevede, regolandosi di conseguenza.

 

E se una cattiva politica scolastica e la demagogia imperante hanno via via confuso le acque e le menti sul ruolo della scuola, sul valore della cultura nelle sue molteplici componenti, sugli obiettivi da raggiungere per proseguire gli studi a livello universitario, per entrare a fronte alta nel mondo del lavoro, per affrontare le sfide dell’istruzione permanente che riguardano tutti, non è vietato svoltare e le Indicazioni nazionali possono aiutare a farlo nella direzione giusta, quanto più saranno oneste e limpide nell’individuare ed esplicitare l’asse culturale portante di ciascun percorso e le modalità di approccio che il suo approfondimento comporta.

 

Quelle per i licei hanno questo pregio, proprio perché corrispondono a ciò che normalmente intendiamo per formazione liceale: se un aspetto è carente, e penso soprattutto agli studenti e alla noia con cui sovente vivono la scuola, è una più netta presa di posizione a favore dei laboratori e del loro uso sistematico nella didattica, di tutte le discipline, ciascuna con le sue peculiarità operative.

La nostra è una scuola in cui si parla troppo e si valorizza troppo poco il riscontro sistematico di elaborazioni autonome e di applicazioni concrete, individuali e di gruppo, il più possibile creative, concernenti ciò che ciascuno viene apprendendo. Sto parlando delle competenze che nella pratica dei docenti bravi venivano accuratamente sviluppate e verificate, prima o dopo che Berta smettesse di filare. Proprio nella scuola delle competenze sarebbe il caso che si evitasse la tradizionale overdose quotidiana di passività. E non tanto riducendo l’orario, quanto passando molto del tempo previsto in laboratorio, che può essere anche l’aula, per alcune materie, purché l’unico verbo da coniugare non sia ascoltare.

 

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COMMENTI
30/04/2010 - Formazione liceale come bene d'investimento (Salvatore Ragonesi)

Sono felice di risentire una voce autorevole della pedagogia italiana, assai efficace in tempi di dibattito più intenso, quando si discuteva seriamente dei contenuti conoscitivi, dei metodi d'insegnamento(in ambito sia scientifico che letterario) e delle competenze e dei risultati pratici che bisognava conseguire alla fine del percorso liceale. E non si trascurava l'importanza della biblioteca scolastica come centro fondamentale di ricerca e di attività accanto ai vari laboratori di fisica, chimica e scienze naturali e alle molteplici risorse operative messe al servizio della formazione. Allora si produceva possibilmente una notevole quantità di iniziative culturali e didattiche, anche nei licei più piccoli e periferici. Oggi si preferisce invece considerare la scuola liceale come semplice aggregato di aule senza risorse materiali, scientifiche e bibliografiche e senza alcuna possibilità di soddisfare le esigenze concrete della programmazione collegiale e dello svolgimento delle attività integrative, magari in un contesto che favorisca l'apprendimento degli allievi o l'aggiornamento degli stessi docenti. I guasti profondi che si sono determinati nella formazione liceale degli ultimi decenni non sono da addebitare solo alla rottura di un equilibrio sociale, ma anche all'insensatezza di una concezione volgarmente pragmatica per la quale l'istruzione liceale non è un bene di investimento funzionale alla realtà produttiva e perciò assolutamente essenziale, ma una vera calamità.

 
29/04/2010 - Il modello culturale dell'istituto tecnico (Sergio Palazzi)

Sono sempre stato un sostenitore del modello culturale dell'Istituto Tecnico, fin da quando mi diplomai perito chimico tintore (...qualche anno fa). A volte, per far irritare taluni colleghi superciliosi, dico che un buon IT è un liceo con qualcosa "in più", non con qualcosa "in meno". Specie quando gli IT curano bene la matematica e la fisica, e se le materie linguistico/letterarie sono svolte decentemente, non capisco cosa manchi a chi voglia proseguire studi avanzati rispetto a chi ha fatto lo scientifico. Ma al tempo stesso si è anche imparata la qualità, la dignità, la serietà del fare - che è legata all'idea di "dovere", e non mi pare sia una componente nè moralmente nè culturalmente accessoria della cultura occidentale, tranne che ovviamente per l'accademismo nostrano. Dire che nei licei si deve fare didattica di laboratorio (e suppongo: non con le dimostrazioni ex chatedra o con gli "oggi abbiamo verificato la legge di X") significa dire che il modello culturale degli IT, che questo lo fanno da sempre, non è proprio da buttar via. All'inizio del XX sec. ci fu un dibattito feroce tra chi voleva una scuola basata su una visione pragmatica, scientifica - che allora già c'era! - e chi voleva imporre il suo mondo idealistico escludendo il fare dalla "cultura" (cosa ne avrebbe scritto Parini!). Vinsero i secondi. Dopo un secolo, dopo la contraddizione di aver forzato quel modello elitario nella scuola di massa, sfasciandolo, rieccoci qui a parlarne. Vedremo? Speriamo? Mah.

 
27/04/2010 - Per non fare come Ponzio Pilato (enrico maranzana)

Condivido la direzione della riflessione ma segnalo la sua genericità: manca una presa di posizione, manca la sottolineatura degli errori che viziano l'erogazione del servizio, denuncia necessaria a ricondurre il dibattito su un terreno costruttivo. Si consideri il profilo c/e/p dei licei che, oltre a prevedere l'uso costante del laboratorio per le materie scientifiche, postula, per tutti gli insegnamenti, il superamento dell'obsoleta concezione di disciplina, fondata sulla sola conoscenza. L’immagine delle discipline da trasmettere agli studenti DEVE comprendere anche i tipici problemi affrontati nel corso della sua storia ed anche i caratteristici metodi di indagine: le conoscenze sono il trampolino di lancio da cui si afferrano e si affrontano le nuove sfide. Scelta di campo obbligata dal dettato dell’art. 2 della legge del 2003 che pone a fondamento del servizio lo sviluppo e il potenziamento delle capacità, capacità che si manifestano attraverso le competenze esibite dagli studenti quando sono posti a contatto di situazioni loro ignote. La norma citata afferma inoltre la strumentalità di conoscenze e abilità rispetto alle qualità da promuovere e consolidare. Detta impostazione non trova significativa applicazione sia nel DPR del 4/2, sia nelle indicazioni nazionali del 15/3: perché non è stata denunciata con forza e con chiarezza tale incongruenza?