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SCUOLA/ 1. Anche i licei devono diventare "laboratori" del sapere

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Per ragionare sulle Indicazioni nazionali è inevitabile partire dall’autonomia delle istituzioni scolastiche e dal superamento dei “programmi” tradizionali, mandati in soffitta dalla distinzione tra lineamenti generali del sistema d’istruzione, oggetto di norma parlamentare, e loro attuazione di cui è la scuola militante a portare diretta responsabilità, in misura decisamente più netta rispetto al passato. Se non ricordo male il lungo dibattito sull’autonomia, la decisione di concederne significative quote alle scuole, soprattutto sul piano didattico e organizzativo, fu motivata dall’esigenza di migliorarne efficacia e qualità di risultati, già allora non esaltanti, e parlo di circa vent’anni fa.

Parve allora che la valorizzazione della professionalità dei docenti e la pratica dell’autogoverno giustificassero e quasi imponessero una maggiore flessibilità operativa per passare concretamente dalla logica dell’adempimento formale al perseguimento di risultati reali, in quanto tali verificabili. Il rischio che l’enfasi posta sulle situazioni specifiche delle singole scuole riducesse di fatto lo slancio operativo e facesse perdere di vista gli importanti obiettivi culturali e formativi su cui tutto il paese doveva impegnarsi venne fronteggiato con il ricorso ad Indicazioni nazionali a cui fare riferimento nella formulazione dei POF. Quelle per il primo ciclo già ci sono e sono probabilmente da rivedere. Quelle per i licei sono finalmente in arrivo e ne possiamo parlare, azzuffandoci quanto basta.

 

Resta da chiedersi se il mix di sobria, ma puntuale, prescrittività e di riconfermata autonomia che si viene configurando sarà di per se sufficiente a migliorare risultati scolastici che per concretizzarsi esigono anche una solida motivazione ad apprendere da parte di chi intraprende un corso di studi.

In questo senso  ritengo essenziale, per dare luogo a scelte consapevoli, che non solo la struttura del sistema scolastico sia chiara nella sua tripartizione e con i suoi possibili sbocchi intermedi e terminali, le sue promesse o speranze di occupabilità, i suoi concreti strumenti di correzione delle scelte iniziali, ma che siano anche ben visibili, per ciascun percorso, gli ambiti culturali, di ricerca e operativi su cui in concreto avverrà il dialogo educativo tra chi insegna e chi ha deciso di voler apprendere, nonché la qualità e quantità di impegno personale che il loro studio normalmente richiede per diventare “competenti” in qualche cosa.

 

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COMMENTI
30/04/2010 - Formazione liceale come bene d'investimento (Salvatore Ragonesi)

Sono felice di risentire una voce autorevole della pedagogia italiana, assai efficace in tempi di dibattito più intenso, quando si discuteva seriamente dei contenuti conoscitivi, dei metodi d'insegnamento(in ambito sia scientifico che letterario) e delle competenze e dei risultati pratici che bisognava conseguire alla fine del percorso liceale. E non si trascurava l'importanza della biblioteca scolastica come centro fondamentale di ricerca e di attività accanto ai vari laboratori di fisica, chimica e scienze naturali e alle molteplici risorse operative messe al servizio della formazione. Allora si produceva possibilmente una notevole quantità di iniziative culturali e didattiche, anche nei licei più piccoli e periferici. Oggi si preferisce invece considerare la scuola liceale come semplice aggregato di aule senza risorse materiali, scientifiche e bibliografiche e senza alcuna possibilità di soddisfare le esigenze concrete della programmazione collegiale e dello svolgimento delle attività integrative, magari in un contesto che favorisca l'apprendimento degli allievi o l'aggiornamento degli stessi docenti. I guasti profondi che si sono determinati nella formazione liceale degli ultimi decenni non sono da addebitare solo alla rottura di un equilibrio sociale, ma anche all'insensatezza di una concezione volgarmente pragmatica per la quale l'istruzione liceale non è un bene di investimento funzionale alla realtà produttiva e perciò assolutamente essenziale, ma una vera calamità.

 
29/04/2010 - Il modello culturale dell'istituto tecnico (Sergio Palazzi)

Sono sempre stato un sostenitore del modello culturale dell'Istituto Tecnico, fin da quando mi diplomai perito chimico tintore (...qualche anno fa). A volte, per far irritare taluni colleghi superciliosi, dico che un buon IT è un liceo con qualcosa "in più", non con qualcosa "in meno". Specie quando gli IT curano bene la matematica e la fisica, e se le materie linguistico/letterarie sono svolte decentemente, non capisco cosa manchi a chi voglia proseguire studi avanzati rispetto a chi ha fatto lo scientifico. Ma al tempo stesso si è anche imparata la qualità, la dignità, la serietà del fare - che è legata all'idea di "dovere", e non mi pare sia una componente nè moralmente nè culturalmente accessoria della cultura occidentale, tranne che ovviamente per l'accademismo nostrano. Dire che nei licei si deve fare didattica di laboratorio (e suppongo: non con le dimostrazioni ex chatedra o con gli "oggi abbiamo verificato la legge di X") significa dire che il modello culturale degli IT, che questo lo fanno da sempre, non è proprio da buttar via. All'inizio del XX sec. ci fu un dibattito feroce tra chi voleva una scuola basata su una visione pragmatica, scientifica - che allora già c'era! - e chi voleva imporre il suo mondo idealistico escludendo il fare dalla "cultura" (cosa ne avrebbe scritto Parini!). Vinsero i secondi. Dopo un secolo, dopo la contraddizione di aver forzato quel modello elitario nella scuola di massa, sfasciandolo, rieccoci qui a parlarne. Vedremo? Speriamo? Mah.

 
27/04/2010 - Per non fare come Ponzio Pilato (enrico maranzana)

Condivido la direzione della riflessione ma segnalo la sua genericità: manca una presa di posizione, manca la sottolineatura degli errori che viziano l'erogazione del servizio, denuncia necessaria a ricondurre il dibattito su un terreno costruttivo. Si consideri il profilo c/e/p dei licei che, oltre a prevedere l'uso costante del laboratorio per le materie scientifiche, postula, per tutti gli insegnamenti, il superamento dell'obsoleta concezione di disciplina, fondata sulla sola conoscenza. L’immagine delle discipline da trasmettere agli studenti DEVE comprendere anche i tipici problemi affrontati nel corso della sua storia ed anche i caratteristici metodi di indagine: le conoscenze sono il trampolino di lancio da cui si afferrano e si affrontano le nuove sfide. Scelta di campo obbligata dal dettato dell’art. 2 della legge del 2003 che pone a fondamento del servizio lo sviluppo e il potenziamento delle capacità, capacità che si manifestano attraverso le competenze esibite dagli studenti quando sono posti a contatto di situazioni loro ignote. La norma citata afferma inoltre la strumentalità di conoscenze e abilità rispetto alle qualità da promuovere e consolidare. Detta impostazione non trova significativa applicazione sia nel DPR del 4/2, sia nelle indicazioni nazionali del 15/3: perché non è stata denunciata con forza e con chiarezza tale incongruenza?