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UNIVERSITA’/ Quattro proposte per rianimare la riforma Gelmini

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Riteniamo invece che il riconoscimento del contributo prezioso dei ricercatori alla vita universitaria debba positivamente tradursi nella formulazione di proposte costruttive alternative a queste deliranti previsioni normative. Intendiamo pertanto sottoporre a tutti i parlamentari disponibili a prestarci ascolto alcune semplici richieste. Nello specifico chiediamo che:

 

a) la riforma del reclutamento dei docenti e dei ricercatori venga stralciata dal disegno di legge e affrontata separatamente, come priorità, dal Parlamento (governance e diritto allo studio, invece, andrebbero interamente ripensati dal momento che nella formulazione attuale rischiano di produrre più danni che benefici).

 

b) si preveda un regime transitorio per gli attuali ricercatori estendendo loro la possibilità della chiamata diretta una volta conseguita l’idoneità scientifica nazionale e assicurando che ogni anno e per i quattro anni successivi all’entrata in vigore della legge siano banditi almeno 3000 posti di professore di seconda fascia. I posti messi a bando andrebbero distribuiti proporzionalmente tra i settori scientifico disciplinari, secondo le esigenze e la programmazione di ciascun ateneo.

 

c) l’abolizione, dopo il dottorato di ricerca, di ogni altra forma contrattuale (assegni, borse post-doc) diversa dal contratto di ricercatore a tempo determinato.

 

d) l’obbligo per le università di accantonare contestualmente alle assunzioni di ricercatori a tempo determinato risorse per bandire un numero di posti di seconda fascia pari al 50% del numero di ricercatori assunti.

 

Per noi l’università non è un fascio di privilegi da difendere o di interessi corporativi da salvaguardare, ma un luogo libero in cui è possibile esprimere ciò che siamo vivendo una tensione ideale nell’incessante ricerca di un significato per cui valga la pena studiare e insegnare, contribuendo così alla costruzione e alla crescita di un popolo e di un Paese intero.



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COMMENTI
30/04/2010 - troppe prospettive di carriera (Antonio Servadio)

Comprendo bene le angustie del personale ma l'ente - tra le altre cose - è afflitto da un antico e stantio statalismo di cui fa parte quella insistenza ricorrente e grottesca ad ottenere "chiare prospettive di carriera". In un mondo scientifico ultra dinamico e sempre meno garantito, l'universitario italiano fa guerra a tutto ciò che si avvicina a toccare la certezza del "posto". Il "livello di internazionalizzazione di docenti e studenti" è meno che scarso ed è per questo che le "lotte" sono sempre all'insegna delle garanzie. Anni addietro un cattedratico navigato sbottò sarcasticamente dicendo che la carriera universitaria, in Italia, va bene per chi non sa fare altro e per le donne (intendendo che va bene per chi ha un partner che mantiene la famiglia).