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UNIVERSITA’/ Quattro proposte per rianimare la riforma Gelmini

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L’avvio della discussione alla Commissione cultura del Senato del disegno di legge di riforma del sistema universitario sta suscitando un profondo malcontento nel corpo accademico. Mentre i giornali di pochi mesi fa ne decantavano la portata salvifica, i ricercatori (e con loro molti docenti) di numerose università italiane sono in stato di agitazione e minacciano di rifiutare qualsiasi incarico didattico se la riforma non sarà cambiata. Se alle minacce seguiranno i fatti l’anno accademico 2010-2011 rischia seriamente di non partire.

 

La ragione principale della protesta è la mancanza di una chiara e adeguata disciplina transitoria che regoli le prospettive di carriera dei circa 26.000 ricercatori il cui ruolo è messo a esaurimento. In soldoni, almeno stando alla formulazione delle norme e considerate le ristrettezze finanziarie nelle quali le università si trovano, per molti degli attuali ricercatori è concreto il rischio di finire su un binario morto, con poche speranze di avanzamenti di carriera.

 

La vicenda dei ricercatori rappresenta non certo l’unico limite di una riforma che, prima ancora che nei dettagli, appare viziata all’origine da una concezione negativa dell’università, considerata unicamente come un luogo di sperperi e di baronie e non come una risorsa da promuovere e incentivare - anche attraverso misure di rigore, ma soprattutto attraverso misure premianti capaci di valorizzare le risorse migliori.

 

L’impianto complessivo del disegno di legge, invece, tradisce una visione miope, statalista, unicamente incentrata sul risparmio di spesa pubblica e incapace, come tale, di ridare ossigeno a un’istituzione, l’università, che attende da tempo di essere riformata.

 

Ciò che va profilandosi è una lenta agonia che porterà nei prossimi anni al disfacimento dell’intero sistema di istruzione superiore (ad eccezione di qualche caso specifico per il quale è in atto un estremo tentativo di salvataggio attraverso la stipulazione di appositi accordi di programma tra ministero e singolo ateneo).

 

Peccato che le classifiche internazionali - tanto spesso citate - ci dicano che il livello medio della qualità dell’università italiana è buono, come buona è la qualità della ricerca scientifica. I punti di debolezza semmai sono da rintracciare nello scarso livello di internazionalizzazione di docenti e studenti e nel basso numero di docenti in rapporto agli studenti (altro che blocco dei concorsi!).

 

In questa situazione confusa e drammatica siamo anche noi, come tanti, seriamente preoccupati del destino della nostra università. Per essa e per i nostri studenti spendiamo tempo, passione ed energie. Proprio per questo non riteniamo adeguata una forma di protesta che, pur motivata e pienamente condivisibile nel merito, finisce per scaricarne il prezzo sugli studenti che sono l’anello debole della catena (oltre a prestarsi a strumentalizzazioni che con il bene dell’università hanno ben poco a che vedere).

 

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COMMENTI
30/04/2010 - troppe prospettive di carriera (Antonio Servadio)

Comprendo bene le angustie del personale ma l'ente - tra le altre cose - è afflitto da un antico e stantio statalismo di cui fa parte quella insistenza ricorrente e grottesca ad ottenere "chiare prospettive di carriera". In un mondo scientifico ultra dinamico e sempre meno garantito, l'universitario italiano fa guerra a tutto ciò che si avvicina a toccare la certezza del "posto". Il "livello di internazionalizzazione di docenti e studenti" è meno che scarso ed è per questo che le "lotte" sono sempre all'insegna delle garanzie. Anni addietro un cattedratico navigato sbottò sarcasticamente dicendo che la carriera universitaria, in Italia, va bene per chi non sa fare altro e per le donne (intendendo che va bene per chi ha un partner che mantiene la famiglia).