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SCUOLA/ Serianni: per insegnare con libertà e autonomia ci vogliono ancora Dante e Manzoni

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Quanto al latino, il programma è fortemente differenziato nei tre licei che ne prevedono lo studio. In ogni caso si introduce il principio che la versione, nel suo assetto tipico, cioè come un brano estratto da un contesto imprecisato e munito solo del nome dell'autore, non rappresenta l'unico modello di esercitazione scritta. Nei licei classico e scientifico, e soprattutto nel secondo, sarà utile prevedere prove variamente agevolate (per esempio con una breve introduzione che le contestualizzi o con note che esplicitino riferimenti o anche suggeriscano la costruzione di passi impervi): ciò anche allo scopo di allargare il canone degli autori proposti, senza escludere testi poetici. In ogni caso è importante non ridurre l'insegnamento linguistico al tradizionale apparato morfosintattico, ma far riflettere l'alunno sui rapporti lessicali e semantici che collegano il latino al greco (per il liceo classico) o all'italiano e alle altre lingue europee moderne note, a cominciare dall'inglese. Lo studio degli autori letterari dovrà prevedere letture in traduzione, senza ridursi ai pochi brani canonici. Nel liceo linguistico lo studio del latino, limitato al primo biennio, sarà incentrato sulla lingua, con l'intento di favorire una sensibilità contrastiva sulle sue strutture rispetto a quelle dell'italiano e delle altre lingue moderne (per esempio: presenza/assenza del genere neutro, espressione del passivo), con particolare insistenza su lessico, semantica e formazione delle parole (puer-puerilis, hodie-hodiernus).

 

In ogni caso, un punto deve emergere chiaramente: il latino si studia per il suo significato storico e culturale, tuttora decisivo nel nostro orizzonte umanistico; non per arrivare alla composizione in quella lingua, come avveniva ancora in diversi àmbiti intellettuali nell'Ottocento. Se è preziosa l'occasione di una riflessione metalinguistica offerta dal latino - astrattamente possibile ma poco opportuna per una lingua moderna, che si studia per praticarla in contesti comunicativi reali - ciò non significa continuare a perseguire l'assurda caccia alle “eccezioni” (alcuni testi per le scuole ci informano ancora di quale sia l'accusativo di buris “manico dell'aratro”). È fondamentale liberare lo studio del latino dalla polvere ingiustamente accumulatasi su di esso e dall'impressione che gli sforzi compiuti dall'alunno non siano proporzionali ai risultati raggiunti.

 

 



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COMMENTI
07/04/2010 - Grammatica italiana e latina (Giovanna Columbano)

Dante e Manzoni sono imprescindibili, ma lo studio serio comporta conoscenze e competenze linguistiche e letterarie che abbracciano tutta la letteratura italiana. A base della conoscenza linguistica sta lo studio della grammatica, con le sue regole e i suoi riferimenti soprattutto al latino. Per questo lo studio di tale lingua non può essere approssimativo. Leggere i testi latini nella traduzione italiana, non ha la stessa valenza della lettura in lingua. L'insegnamento del latino, come quello dell'inglese, deve iniziare nelle scuole medie, quando la propensione all'apprendimento è maggiore. Non sempre è sconveniente prendere spunto da quanto si faceva un tempo, anche perchè il disastro del "modernismo" è sotto gli occhi di tutti.

 
06/04/2010 - Bene, ma... (Salini Rossano)

Poco da aggiungere su quanto dice il prof. Serianni riguardo l'insegnamento della lingua e letteratura italiana. In modo limpido vengono indicati i capisaldi: la base, cioè la padronanza della lingua; il giusto equilibrio tra "oggettività" (i classici da cui non si può prescindere) e "soggettività" (passione e conoscenze dell'insegnante) per quanto riguarda la letteratura. Sull'insegnamento della lingua bisognerebbe forse insistere: troppo spesso si limita il lavoro linguistico al biennio, e lo si dà per scontato nel triennio. Questo non è accettabile: non solo lo rende necessario la constatazione del degrado nelle competenze linguistiche degli studenti, anche liceali, ma è insito nella funzione stessa dell'insegnamento della materia "italiano". Gli studenti devono sapere parlare e scrivere bene. Sarebbe paradossale che facessero considerazioni anche buone su Leopardi, e però in italiano incerto. Sul latino, invece, c'è a mio avviso molto da aggiungere. Bisogna ribadire con forza che l'obiettivo deve essere la conoscenza vera, effettiva della lingua, che permetta cioè l'accostamento diretto ai testi degli autori. Discutere troppo a lungo sul "brano da tradurre", dando quasi per scontato che ci si limiti alle 15 righe tradotte stracciando le pagine del dizionario, significa non avvicinarsi al reale obiettivo: leggere gli autori classici, in lingua. Non è impossibile: ci sono metodi di insegnamento (metodo Oerberg) che danno grandi risultati. Sarebbe opportuno parlarne.

 
06/04/2010 - studiare la lingua madre (celestino ferraro)

Sarebbe interessante scoprire perché mai il latino e il greco, al liceo classico, debbano essere condizionati al minimum accettabile dai giovani. Una specie di "carpe diem, quam minimum credula postero". Il nostro futuro di studenti gentiliani non fu minimamente condizionato dagli studi classici, e saperne di più non è mai stato un danno per le coscienze. Certo, è faticoso, ma se bisogna risalire la china è necessario che lo studio si faccia con serietà. Le carte, se non si sudano, non saranno mai di giovamento allo studente. CF

 
06/04/2010 - Programmi di Italiano nella Riforma (Patrizia Truffa)

Grazie, professor Serianni, per aver sentito il desiderio di motivare, proprio per noi insegnanti, i criteri sottesi ai nuovi programmi, motivazioni talora intuibili, talaltra meno comprensibili. Dopo molti anni di insegnamento nel triennio quest'anno ho ricominciato con una prima scientifico e posso garantire che l'epica classica funziona benissimo, sia come palestra di lettura sia come occasione per scoprire una trasversalità, temporale e spaziale, di temi, motivi, domande esistenziali, personaggi... Nessuno vieta, inoltre, di leggere autori più recenti sempre sulla scorta, ad esempio, di Ulisse o dell'età dell'oro... Ottimo poi, il discorso sulle competenze (sintesi, analisi...) irrinunciabili. Più complesso il problema del triennio: la ricchezza della scuola italiana sta anche nell'impianto storicistico, perciò ben venga il fatto che sia stato salvato, ma... come fare a leggere l'Orlando senza almeno una Satira? Come fare a capire Tasso senza il Metauro e Machiavelli senza la lettera al Vettori? Come passare da Tasso a Parini senza il Barocco? Sono solo esempi, ma potrei continuare. E allora come si riesce in IV ad arrivare a fine '800 senza correre troppo su Foscolo, Leopardi, Manzoni, autori non certo così disprezzabili, e per andare verso un Novecento ancora così incerto nel canone e nelle interpretazioni? Mi scuso per la lunghezza, eppure sarebbero ancora tante le osservazioni, su Dante o sul latino: sarà per un'altra volta. Ancora grazie, professore. Patrizia Truffa

 
06/04/2010 - valenza formativa del latino (enrico maranzana)

"In ogni caso, un punto deve emergere chiaramente: il latino si studia per il suo significato storico e culturale"; si tratta di un'affermazione importante ma che non esaurisce le ragioni del suo insegnamento, riferimento essenziale per la genesi della nuova scuola. Il latino è un efficace strumento per il potenziamento e lo sviluppo di capacità di natura scientifica quali l'analisi dei dati, il rispetto delle regole, la formulazione di ipotesi, la validazione dei risultati... La sottovalutazione di tale aspetto ha portato alla sua incomprensibile esclusione dal liceo di scienze applicate.