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UNIVERSITA’/ Antiseri: perché la riforma toglie libertà agli atenei?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

 

Accadrebbe puntualmente così. L’imprenditoria vuole entrare nell’università? Benissimo, ci metta i soldi. Il ddl dice che il Cda determina gli indirizzi strategici dell’università, per esempio decidendo di aprire o chiudere corsi. I membri esterni si ritroverebbero un potere enorme ma senza responsabilità. Ci sono sanzioni per i consiglieri di amministrazione che prendono decisioni nefaste? Non mi risulta, né mi risulta che debbano mettere un euro.

 

Cosa fa, sceglie lo Stato a scapito dei privati?

 

No. Difendo i nostri giovani giovani, le famiglie che ce li affidano, il futuro del nostro paese  da astuti irresponsabili, da politici bolliti, da taluni imprenditori arroganti, da manager riciclati rigonfi di quattrini tutti candidati a mettere le grinfie sull’università e a rovinarla, se esclusi da un sistema sanzionatorio e di controllo. Non si può parlare di autonomia e far venire da fuori il 40 per cento dei membri del Cda. Ma perché membri esterni? Per garantire il nesso con il mondo produttivo? Ad assicurarlo è la qualità della ricerca e della didattica, che si ottiene con la valutazione.

 

Ha parlato di autonomia. Cosa pensa della riforma su questo punto?

 

Introduciamo la valutazione e il principio che i finanziamenti sono dati in base alla valutazione nella ricerca e nella didattica: a questo punto le università facciano gli statuti che vogliono e mettano dentro chi vogliono. Tanto saranno valutate, e se fanno male verranno chiuse. In più si introduca un sistema sanzionatorio per chi sbaglia: metter dentro chi non paga senza responsabilità è il principio più illiberale che esista.

 

Altri punti migliorabili?

 

C’è il problema dei ricercatori. Sono 26 mila persone che nella quasi totalità tengono corsi fondamentali, presiedono esami, vanno in seduta di laurea. Di essi non si parla. Se questi dovessero decidere domani di non fare più didattica, la nostra università andrebbe al collasso. Poiché per i nuovi ricercatori è prevista la lista aperta e la chiamata diretta una volta ottenuta l’idoneità, perché questo non deve valere per quelli che sono già dentro l’università?

 

Sembra di leggere nelle sue parole il timore che la cultura imprenditoriale possa contaminare l’università. È così?

 

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