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UNIVERSITA’/ Antiseri: perché la riforma toglie libertà agli atenei?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

 

Al contrario, sto solo dicendo che l’idea di svendere l’università agli esterni è la più grossa stupidaggine che si possa fare. Ho difeso l’imprenditore quando molti di coloro che oggi fanno i liberali, ieri facevano i comunisti e gli statalisti. L’imprenditore è un uomo che rischia, che crea posti di lavoro e dunque è a pieno titolo un artefice di pubblico benessere. Ma faccia l’imprenditore. D’altra parte gli imprenditori e Confindustria possono aiutare l’università in molti modi.

 

Come?

 

Se agli industriali servono certi risultati, invece di chiedere a Berlusconi - come è accaduto a Parma il 10 aprile - 1 miliardo l'anno per i prossimi 3 anni, vadano nelle università che fanno ricerca applicata, paghino e diano contributi per sviluppare i progetti che li interessano. In modo che il potere decisionale che hanno corrisponda agli investimenti che vi fanno. L’impressione è che da noi si voglia passare per americani senza esserlo e senza fare quello che negli Usa fanno di meglio.

 

E sulla ricerca? In un suo articolo sul Corriere, tempo fa, lei ha denunciato il rischio di una «supervalutazione della ricerca applicata».

 

Sono convinto che per l’industria sia molto più importante la ricerca pura, o di base. Ricordiamoci che «nulla è più pratico di una buona teoria». Come diceva John Dewey, non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo con una catena troppo stretta». Il Giappone ha investito moltissimo nella ricerca pura. La ricerca applicata ha successo nel breve periodo, ma sul lungo termine investire in ricerca pura - senza dimenticare la prima - è molto più lungimirante. Puntare tutto sulla ricerca applicata espone poi le nostre facoltà umanistiche, che rappresentano una ricchezza immensa e la coscienza critica del paese, alla morte per inedia.

 

Cosa pensa delle «Considerazioni e proposte della Crui sul ddl di riforma dell’università» (Conferenza dei rettori delle università italiane, ndr)?

 

Le loro riflessioni non hanno minimamente toccato il problema della governance. Chiedono un po’ più di potere per sé, loro che sono i primi corresponsabili dei malanni dell’università italiana, loro che hanno permesso l’aumento incontrollato dei corsi di comunicazione per aver più tasse, loro che hanno permesso l’apertura di una valanga di università periferiche, senza biblioteche e senza laboratori. Siamo di fronte ad una fase cruciale e la riforma deve segnare una svolta. Per ora è buona nei tre punti che le ho detto: valutazione, finanziamento in base alla valutazione, lista aperta. Il resto è da cancellare. Se vuole aggiungere, sarebbe opportuno pensare all'abolizione del valore legale del titolo di studio. Varrebbe senz'altro la pena su questo rileggere Luigi Sturzo e Luigi Einaudi.

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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