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SCUOLA/ I "pasdaran" delle procedure rischiano di guastare la riforma Gelmini

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Maria Stella Gelmini (Imagoeconomica)  Maria Stella Gelmini (Imagoeconomica)

 

Il culto delle procedure, vecchio vizio della burocrazia statalista, pare a volte spostarsi, cambiando di segno, sui punti nevralgici della progettazione dell’insieme e dell’azione didattica specifica. Il “proceduralismo” (una brutta parola che indica ormai una filosofia) è implicitamente chiamato in causa tutte le volte che, per esempio, gli obiettivi di apprendimento fissati dall’Europa sono agitati come una necessità etica e non come il punto di arrivo comune di strade che ogni nazione può anche percorrere in modo diverso: dipende dal portato della cultura d’origine.

 

La rivendicazione delle procedure in campo educativo e formativo è molto problematica perché in fondo elide il metodo della conoscenza (che implica sempre un fattore non procedurale, ma libero e creativo) per sostituirlo con la dialettica della negoziazione.

 

Il patteggiamento, tipico di un certo gusto per le procedure, si è infiltrato purtroppo nei rapporti tra protagonisti della vita scolastica (ne è un esempio un certo modo di intendere il “patto” educativo tra scuola e famiglia) e insidia il rapporto razionale e critico con la realtà, che è (o dovrebbe essere) lo scopo ultimo della formazione di coscienze autonome e personali.  

 

Alle procedure, in altri termini, che sono fondamentali quando si tratta di stabilire confini e meccanismi, non è possibile delegare il rischio di introdurre i giovani entro la percezione globale del reale, l’affermazione positiva del quale è lo scopo di un insegnamento che non sia arido e ripetitivo.

 

Se dunque il passaggio da una scuola del (solo) insegnamento ad una scuola dell’apprendimento (tesa a recepire la mossa della personalità degli alunni), che è la matrice culturale nobile della riforma del ciclo superiore, si dovesse risolvere nel tecnicismo delle procedure e degli standard, davvero l’attuale fase si sarebbe aperta invano.

 

Se viceversa quell’attenzione per l’esistente, di cui sopra, si saprà avvalere di soggetti reali che nella scuola operano (insegnanti motivati, colleghi che si aiutano, scuole che sanno fare rete e mettersi in discussione), ordinamenti e indicazioni potranno trovare un terreno buono sul quale impiantarsi. Questi soggetti, che esistono, non devono essere dimenticati perché sono il vero motore di una riforma che incida sul futuro della scuola.

 

 



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COMMENTI
21/05/2010 - L'immaginazione al potere (Franco Labella)

Il guaio agitato da Foschi sono le procedure? E facciamone a meno... E aboliamole... per esempio per scegliere i libri dovrebbe essere necessario conoscere i contenuti oggetto del lavoro? Procedure... procedure... un bel taglio pure a loro. Anzi aboliamo proprio la procedura di scelta. Ognuno si doti di quello che vuole, dall' I pad alle cinquecentine o ai manoscritti. O magari degli appunti del buon tempo antico. Chi l'avrebbe mai detto, la nemesi storica, che il ministro Gelmini diventa la figlia ideale del Sessantotto. Quel periodo buio il cui slogan più "eversivo" era appunto "L'imagination au pouvoir". Il pudore antiproceduralista di Foschi, però, gli fa scappare una frase significativa quando scrive che "In questo senso, per tornare ai testi sulla riforma che attendono di avere un pieno riconoscimento normativo....". Pieno riconoscimento normativo? Ancora i lacci e lacciuoli delle norme? Se dobbiamo abolire le procedure possiamo anche non preoccuparci del piccolo particolare che, alla data odierna, in Gazzetta Ufficiale non ci sono nemmeno ancora i Regolamenti. Siamo o non siamo antiproceduralisti? Lo è perfino il Ministero che dà tempo fino al 31 maggio per adottare i libri nelle prime del riordino ben sapendo che, a quella data, non cambia nulla rispetto a prima. Procedure... procedure