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SCUOLA/ 1. Bocciare o non bocciare? Cari prof, alcune domande per orientarsi

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Ogni alunno “perso” (per dei recuperi o per una bocciatura) è una domanda forte alla scuola ed al singolo docente. E se numerosi studenti rischiano di “perdersi” scolasticamente parlando significa che forse gli obiettivi stabiliti per una determinata classe (formata da singolari soggetti) erano troppo alti, oppure che le strategie didattiche messe in atto non sono state efficaci per quegli studenti di quella specifica classe. Siamo nel terzo millennio e non è più caso di analizzare gli insuccessi scolastici a partire solo dallo status socio-economico della famiglia di origine. Ben altre le cause che fanno la differenza tra le opportunità di partenza di uno studente rispetto ad un altro. Disturbi generali di apprendimento, situazioni esperienziali che bloccano i processi cognitivi, esperienze problematiche che l’alunno ha vissuto durante l’anno, la “sofferenza” che ha sopportato per riuscire a stare ai compiti di apprendimento e per mantenere la motivazione ad apprendere quando il problema esula dalla sfera cognitiva.

 

La grancassa della “personalizzazione” dell’insegnamento/ apprendimento viene suonata a ripetizione. Ma veramente sono evidenti ad esperti e ad operatori scolastici le conseguenze che sulla scuola ha tale criterio, compresi i perché e i come di una valutazione? Lascio la parola ad un saggio edito dall’Ocse che mette in chiaro il concetto e la funzione della personalizzazione nella scuola. “L’apprendimento personalizzato esige che in ogni soggetto vengano sviluppate le competenze e la fiducia in sé attraverso strategie d’insegnamento e d’apprendimento costruite a partire dai bisogni individuali. Queste strategie dovranno pertanto cercare di coinvolgere tutti gli allievi, motivandoli a dare il massimo; nello stesso tempo, dovranno dimostrarsi creative nel gestire e nell’organizzare gli insegnanti, le altre categorie del personale e le tecnologie secondo i bisogni, i ritmi e gli stili d’apprendimento riconosciuti. Non si tratta di dare spazio a un rozzo riduzionismo psicologico che prefigura diversi ‘tipi’ di soggetti che apprendono, ma piuttosto occorre riconoscere che l’intelligenza multipla degli allievi esige un ampio e variegato repertorio di strategie d’apprendimento. È indispensabile porre gli allievi nelle condizioni di realizzare appieno le proprie capacità potenziali: bisogna quindi assicurarsi che essi siano capaci di gestire il proprio apprendimento e siano anche pronti ad assumersene la responsabilità” (Ocse, Personalizzare l’insegnamento, Il Mulino).

 

A queste condizioni la valutazione finale degli studenti smette di trasformarsi in un impegno gravoso per i docenti per diventare un’occasione di “valutazione per l’apprendimento”, definizione ormai in uso in Europa, valutazione cioè che aiuta gli studenti ad orientarsi e ad orientare conoscenze, abilità e competenze verso una maggiore e migliore conoscenza di sé e verso l’assunzione motivata di una fatica per riorientare il proprio impegno, ma anche per compiacersi dei propri progressi. Allora la pagella (ed il rituale colloquio finale alla consegna della stessa) smette di trasformarsi in un momento di timore/ tremore per essere desiderata e accolta come occasione di verifica del proprio diventare grandi, nella mente e in tutte le caratteristiche che costituiscono la propria persona.

 

 



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