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SCUOLA/ 1. Bocciare o non bocciare? Cari prof, alcune domande per orientarsi

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Tempo di bilanci per la scuola. Dopo un lungo anno, per alcuni lunghissimo, la scuola dovrà sancire con il giudizio finale il successo o l’insuccesso degli alunni.

Se per i docenti gli “scrutini” sono un’estenuante maratona in cui si decreta la qualità “scolastica” degli alunni, per questi ultimi rappresentano una sorta di processo in cui a loro è negata l’arringa finale. Io speriamo che me la cavo, anche se so che non ho dato il meglio di me, ma beccarsi un recupero o, peggio, una bocciatura, significherebbe rovinare la felice e spensierata stagione delle vacanze, e altro ancora.

 

Ogni studente sa bene quanto impegno ha profuso nel cammino scolastico: qualcuno è stato messo sull’avviso dal professore che già dopo il primo quadrimestre aveva sentenziato che no, quest’anno proprio non ce l’avrebbe fatta e sarebbero fioccati uno o più recuperi. Gli studenti si rappresentano la scuola come una corte d’appello in cui in sorte ti può capitare il giudice indulgente o quello duro, incattivito, che parte dal presupposto che “dura lex, sed lex”. Ma perché questo immaginario nella mente dei ragazzi?

 

Forse perché la frequenza alla scuola è in qualche modo disegnata da scuola e famiglia come una forca caudina tra cui passare per diventare grandi ed avere successo nella vita. Non come un’esperienza che fa crescere la persona anche attraverso una valutazione che permette a ciascuno di conoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli. Il discorso sarebbe troppo lungo e lo lascio ad altra occasione.

 

Mi preme qui evidenziare alcuni punti da cui la scuola dovrebbe partire nella sua funzione valutativa, perché quest’ultima assuma il carattere di aiuto e conferma per i ragazzi che hanno abitato le aule. Ci sono domande che i docenti, soprattutto alla fine di un anno scolastico, è bene che si pongano prima di entrare in sede di scrutinio (a molti insegnanti sono familiari da tempo): ho messo tutti - tutti gli alunni - nelle condizioni di giocare le loro carte, od ho permesso che il Giovanni di turno si adeguasse alla situazione scolastica senza diventare protagonista attivo della sua crescita cognitiva ed identitaria?

Nella mia azione valutativa, durante l’anno, sono partito dal programma (dalle Indicazioni) che la legge mi impone/propone, dagli obiettivi che io docente mi sono dato; oppure ho osservato e prestato attenzione al percorso che l’alunno ha fatto da un suo punto A ad un punto B, ai processi e strategie cognitive che ha messo in atto e alla “motivazione” che lo ha sorretto nel lungo e faticoso cammino scolastico?

Sono sicuro di non cadere nell’equivoco secondo cui la valutazione degli alunni è direttamente proporzionale alla valutazione del mio agire professionale/ didattico?

Ho ricercato durante l’anno la collegialità con i miei colleghi o mi serve solo ora per non assumermi tutta la responsabilità di un giudizio sui singoli alunni? (le norme ministeriali in tal senso peccano di una certa ambiguità).

 

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