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SCUOLA/ 1. Nove lingue a 9 anni? La scuola del futuro può cominciare subito

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"Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)  "Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)

 

Gli autori delle ricerche principali, che rendono ragione dell’anticipo di lettura (non della scrittura), matematica e lingua straniera alla fase prescolare, dichiarano di farlo sulla base e nell’orizzonte di un ambito unicamente neurobiologico, definendo nebuloso l’ambito cognitivo o mentale. Eppure è proprio la dinamica cognitiva a fare da ponte tra cervello e ragione, e ad oggi nessuno ha ancora mostrato quest’unità di livelli, che in un ambito educativo deve poter sussistere. Tra i fini educativi vi è non lo sviluppo del cervello, ma l’uso della ragione o il pensiero, in connessione alle altre principali facoltà antropologiche, quali il sentire, che deve diventare capacità relazionale, e la libertà, che deve diventare capacità decisionale. E rispetto al secondo il primo è indispensabile ma strumentale.

 

Tutti gli autori prescindono da un modello antropologico, in cui inserire i loro importantissimi risultati ed esperienze. E siccome qualsiasi risultato deve essere declinato nella pratica educativa, nel nostro Paese un quadro antropologico avrebbe favorito la loro comprensione e garantito al livello istruttivo della professione docente di non scadere in nozionismo.

 

Se poi volessimo declinare la consapevolezza scientifica ormai acquisita entro pratiche formative ed educative, i modelli antropologici attualmente disponibili sono solo di carattere filosofico, anche quando si dichiarano educativi, risultando quindi utili, ma non esaurienti.

 

Un’ulteriore considerazione riguarda il corpo docente della scuola italiana, soprattutto di Stato ma non solo, che è in genere attestato al livello istruttivo della professione docente. Introdurre, come è stato fatto in questi ultimi dieci anni, tecniche, che pretendano di favorire l’apprendimento tempestivo al di fuori di un rapporto educativo, provocherebbe più danni che benefici, come molte esperienze scolastiche in Italia e in Europa hanno già dimostrato. Da questo punto di vista prevedere una laurea anche per i docenti di scuola dell’infanzia sarebbe utile, a nostro avviso, ma non sufficiente.

 

E laddove si provi a ristabilire l’ordine e le rispettive specificità dei livelli istruttivo, formativo ed educativo della professione docente, in genere ci si scontra con due tipi di riduzionismo: un approccio che concepisce l’educazione come una prassi di indottrinamento culturale, quando invece è proprio e solo il processo educativo che può salvaguardare da indottrinamenti di ogni colore e provenienza; e poi un approccio, che al contrario tenta di essere educativo, prescindendo però dal suo nesso con quello istruttivo, e perdendo così tutta la ricchezza e la forza culturale, che solo un approccio seriamente istruttivo (non nozionistico) può garantire. La questione del curricolo è fondamentale anche in relazione ai processi d’apprendimento.

 

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COMMENTI
31/05/2010 - Educazione e apprendimento (Gianluca Selmi)

Io sono genitore di cinque figli e sono piuttosto in disaccordo con quello che dice questo articolo. Sarà anche vero che se il padre di Mozart avesse mandato a pascolare le pecore il figlio, quest'ultimo non avrebbe composto il Requiem. Forse però non avrebbe fatto anche la vita dissoluta che ha fatto e non sarebbe morto nel modo orrendo in cui è morto. Quello che voglio dire è che il bene dei nostri figli non è che compongano il Requiem, ma che vivano bene il reale che gli è dato da vivere. Sinceramente se mi si chiedesse di iniziare a far conoscere la matematica o la lettura a un mio figlio di tre mesi (come si dice nell'articolo) manderei senz'altro a quel paese chi me lo sta suggerendo. E non è per arretratezza mentale o per scelte "ideologiche", ma perchè ho a cuore mio figlio. Infine mi sarebbe piaciuto che le tre "sentenze" scritte nel finale dell'articolo(i punti a, b e c nel penultimo capoverso) fossero dimostrate, perchè nella mia esperienza di genitore, è del tutto vero il contrario.

 
28/05/2010 - l'equilibrio e il desiderio (andrea moro)

Articolo lucido ed equilibratissimo questo: in un sol colpo si dice chiaramente, una volta per tutte, che la pedagogia non è un percorso dettato dagli algoritmi neuropsicologici. Certo, e' fondamentale sapere quali sono le capacità effettive - cognitive e fisiche - di un individuo in via si sviluppo per sapere cosa proporgli, ma il compito di chi educa non si esaurisce nel raggiungere la consapevolezza che il tuo allievo è in grado di scalare una montagna, bisogna metterlo nelle condizioni di desiderare di farlo e di decidere se farlo. E il mito dell'eccellenza - ammissibile, al di là di certe retoriche universitarie, nelle nostre società solo in campo sportivo - non è più una scusa per non desiderare, diventa allora semplicemente la constatazione del momento esatto quando le capacità cognitive sono disponibili. La responsabilità educativa emerge da questo articolo in tutta la sua importanza: se il padre del giovane Mozart avesse costretto a pascolare pecorelle suo figlio, non sarebbero bastati tutti i geni del mondo, a fargli desiderare di comporre il Requiem. L'eccellenza diventa l'espressione della nostra capacità di stimolare nel giusto contesto le capacità che ci son date.