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SCUOLA/ 1. Nove lingue a 9 anni? La scuola del futuro può cominciare subito

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"Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)  "Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)

 

Infine certa mentalità, in cui siamo immersi, riesce comunque a ingabbiarci in una serie di luoghi comuni, dai quali né l’intelligenza, né la volontà, né la serietà ci possono preservare, ma solo un accurato lavoro di ricerca educativa. Tra questi: a) I bambini che imparano troppo presto, diventano dei geni odiosi. In realtà vale il contrario: questi bambini sono felici, ben adattati, e trovano più degli altri occasioni per divertirsi. b) I bambini che imparano troppo presto, quando poi vanno a scuola, si annoiano. In realtà questi bambini si annoiano tanto e come tutti gli altri, se ci sono motivi per annoiarsi. c) I bambini che imparano troppo presto, vengono privati della loro infanzia. In realtà vale di nuovo il contrario. Tutto in un bambino è fatto per imparare, per desiderare di imparare, per permettergli di imparare. È quando priviamo un bambino di questa possibilità, che si annoierà, diventando noioso, distratto, cognitivamente debole, a volte intrattabile.

 

Impossibile, allora, che un bambino italiano possa imparare le tabelline a cinque anni come un suo coetaneo indiano o cinese? Ovviamente no, anzi lo auspichiamo vivamente. Introdurre lettura, matematica e lingue straniere alla materna non è però una questione di anticipo dei saperi di base, tant’è che l’anticipo varrebbe ad esempio per la lettura, ma non per la scrittura, che ha un percorso d’apprendimento completamente diverso. Non è cioè una questione scolastico-istruttiva stricto sensu. È importante non incorrere di nuovo negli errori già visti, e considerare finalmente i processi d’apprendimento nel loro contesto educativo, cioè in un ambito compiutamente scolastico.

 

 



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COMMENTI
31/05/2010 - Educazione e apprendimento (Gianluca Selmi)

Io sono genitore di cinque figli e sono piuttosto in disaccordo con quello che dice questo articolo. Sarà anche vero che se il padre di Mozart avesse mandato a pascolare le pecore il figlio, quest'ultimo non avrebbe composto il Requiem. Forse però non avrebbe fatto anche la vita dissoluta che ha fatto e non sarebbe morto nel modo orrendo in cui è morto. Quello che voglio dire è che il bene dei nostri figli non è che compongano il Requiem, ma che vivano bene il reale che gli è dato da vivere. Sinceramente se mi si chiedesse di iniziare a far conoscere la matematica o la lettura a un mio figlio di tre mesi (come si dice nell'articolo) manderei senz'altro a quel paese chi me lo sta suggerendo. E non è per arretratezza mentale o per scelte "ideologiche", ma perchè ho a cuore mio figlio. Infine mi sarebbe piaciuto che le tre "sentenze" scritte nel finale dell'articolo(i punti a, b e c nel penultimo capoverso) fossero dimostrate, perchè nella mia esperienza di genitore, è del tutto vero il contrario.

 
28/05/2010 - l'equilibrio e il desiderio (andrea moro)

Articolo lucido ed equilibratissimo questo: in un sol colpo si dice chiaramente, una volta per tutte, che la pedagogia non è un percorso dettato dagli algoritmi neuropsicologici. Certo, e' fondamentale sapere quali sono le capacità effettive - cognitive e fisiche - di un individuo in via si sviluppo per sapere cosa proporgli, ma il compito di chi educa non si esaurisce nel raggiungere la consapevolezza che il tuo allievo è in grado di scalare una montagna, bisogna metterlo nelle condizioni di desiderare di farlo e di decidere se farlo. E il mito dell'eccellenza - ammissibile, al di là di certe retoriche universitarie, nelle nostre società solo in campo sportivo - non è più una scusa per non desiderare, diventa allora semplicemente la constatazione del momento esatto quando le capacità cognitive sono disponibili. La responsabilità educativa emerge da questo articolo in tutta la sua importanza: se il padre del giovane Mozart avesse costretto a pascolare pecorelle suo figlio, non sarebbero bastati tutti i geni del mondo, a fargli desiderare di comporre il Requiem. L'eccellenza diventa l'espressione della nostra capacità di stimolare nel giusto contesto le capacità che ci son date.