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SCUOLA/ 1. Nove lingue a 9 anni? La scuola del futuro può cominciare subito

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"Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)  "Solo lo stupore conosce" (san Gregorio di Nissa)

Garantire ai nostri figli una scuola, che competa nel confronto internazionale, e che li renda capaci di affrontare la sfida della crescita nel panorama sociale e culturale odierno (complesso, caotico, frammentato, rassegnato, irrazionale, disorientato: in crisi), è l’obiettivo delle nuove Indicazioni nazionali del Ministero per tutti gli ordini scolastici. Esse prevedono l’inserimento alla scuola dell’infanzia della lingua straniera e della matematica, implicando un’attenzione particolare, che in Italia è in pesante ritardo, ai processi d’apprendimento.

 

 Facciamo qualche esempio, per chiarire di che cosa parliamo. Apprendere lettura, matematica e musica è possibile già a partire dai 3 mesi. Un bambino a 4-6 mesi può iniziare a parlare; un bambino di 7 a muovere i primi passi e a leggere le prime parole e frasi. A un anno può riconoscere le note musicali e iniziare a suonare il violino. A uno e mezzo può imparare a leggere e un anno dopo arrivare a leggere anche dieci libri per bambini di prima-terza elementare ogni settimana, a risolvere moltiplicazioni, divisioni, equazioni, esercizi di geometria. A 3 anni può leggere romanzi; a quattro fare esercizi di ginnastica sull’asse di equilibrio o correre per 4,5 km senza fermarsi; identificare una composizione musicale leggendone lo spartito, piuttosto che studiare fiabe musicali e poemi sinfonici. Tra i 5 e i 9 anni può interpretare una parte in un’opera teatrale; a 6 leggere i classici di Dickens, fare ricerche usando l’enciclopedia, leggere e discutere i fatti riportati dai quotidiani. A sei anni e mezzo può suonare un minuetto di Bach al violino; a otto riprodurre a olio quadri di Van Gogh e Picasso, disegnare ritratti, nature morte, paesaggi usando tecniche diverse come matita, carboncino, china, tempera ad olio. Infine a 9 anni può arrivare a parlare 9 lingue diverse.

 

Non sono bambini geniali, questi, iperdotati, casi esistenti sì, ma numericamente rari. E non sono neppure bambini così fortunati, da esser vissuti in un ambiente eccezionalmente favorevole all’apprendimento. Sono invece bambini normali vissuti tra persone che conoscevano il funzionamento dei processi d’apprendimento, e che erano consapevoli della differenza tra apprendimento e istruzione (anche se non tra istruzione ed educazione). È evidente, che un bambino di quarta elementare dotato di intelligenza media può sostenere una conversazione contemporaneamente in inglese, francese, arabo, spagnolo, yiddish; ebraico, turco, tedesco e portoghese non perché trascorre l’esistenza seduto tra i banchi di scuola, ma in virtù delle vicissitudini della sua vita familiare (essere figlio di diplomatici, con un nonno spagnolo, e aver vissuto prima al Cairo, poi ad Haifa e infine in Brasile).

 

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COMMENTI
31/05/2010 - Educazione e apprendimento (Gianluca Selmi)

Io sono genitore di cinque figli e sono piuttosto in disaccordo con quello che dice questo articolo. Sarà anche vero che se il padre di Mozart avesse mandato a pascolare le pecore il figlio, quest'ultimo non avrebbe composto il Requiem. Forse però non avrebbe fatto anche la vita dissoluta che ha fatto e non sarebbe morto nel modo orrendo in cui è morto. Quello che voglio dire è che il bene dei nostri figli non è che compongano il Requiem, ma che vivano bene il reale che gli è dato da vivere. Sinceramente se mi si chiedesse di iniziare a far conoscere la matematica o la lettura a un mio figlio di tre mesi (come si dice nell'articolo) manderei senz'altro a quel paese chi me lo sta suggerendo. E non è per arretratezza mentale o per scelte "ideologiche", ma perchè ho a cuore mio figlio. Infine mi sarebbe piaciuto che le tre "sentenze" scritte nel finale dell'articolo(i punti a, b e c nel penultimo capoverso) fossero dimostrate, perchè nella mia esperienza di genitore, è del tutto vero il contrario.

 
28/05/2010 - l'equilibrio e il desiderio (andrea moro)

Articolo lucido ed equilibratissimo questo: in un sol colpo si dice chiaramente, una volta per tutte, che la pedagogia non è un percorso dettato dagli algoritmi neuropsicologici. Certo, e' fondamentale sapere quali sono le capacità effettive - cognitive e fisiche - di un individuo in via si sviluppo per sapere cosa proporgli, ma il compito di chi educa non si esaurisce nel raggiungere la consapevolezza che il tuo allievo è in grado di scalare una montagna, bisogna metterlo nelle condizioni di desiderare di farlo e di decidere se farlo. E il mito dell'eccellenza - ammissibile, al di là di certe retoriche universitarie, nelle nostre società solo in campo sportivo - non è più una scusa per non desiderare, diventa allora semplicemente la constatazione del momento esatto quando le capacità cognitive sono disponibili. La responsabilità educativa emerge da questo articolo in tutta la sua importanza: se il padre del giovane Mozart avesse costretto a pascolare pecorelle suo figlio, non sarebbero bastati tutti i geni del mondo, a fargli desiderare di comporre il Requiem. L'eccellenza diventa l'espressione della nostra capacità di stimolare nel giusto contesto le capacità che ci son date.